Non tutti i mali vengono dalla PCOS

Tags: , , , , , , , , ,

Ok, ci hanno diagnosticato la PCOS.

Dopo i primi momenti di sbandamento, confusione, magari anche disperazione, ci siano informate. Abbiamo raccolto parecchi dati, ci teniamo aggiornate. Sappiamo bene che è una sindrome endocrino-metabolica complessa, subdola ed enigmatica: che può manifestarsi con molteplici sintomi che vanno dalla diminuzione della fertilità alle alghe pelviche, dall’irsutismo all’obesità.

Purtroppo è un quadro che è ancora molto da studiare, con aree di criticità ed enigmaticità che per esempio spesso conducono a diagnosi tardive. Tuttavia se cerchiamo gli specialisti giusti possiamo avere consulenze precise e corrette, con indicazioni univoche. Ma questo è il punto: siamo pronte a fare riferimento alla specialista?

La comunicazione di una diagnosi è in realtà una sorta di ristrutturazione della nostra identità: segna un punto zero, uno spartiacque esistenziale, un “prima” ed un “dopo”. In qualche modo non siamo più le stesse: assumiamo una nuova identità, quella di “malate di PCOS”.

L’impatto psicologico della diagnosi può naturalmente variare da donna a donna, ma in genere produce immediatamente l’effetto di aumentare la vigilanza nei confronti del proprio corpo e di modificare le convinzioni che fino a quel momento abbiamo avuto sul suo funzionamento. Questo effetto può avere il vantaggio di sostenere la compliance nei confronti dei trattamenti farmacologici e dei cambiamenti dello stile di vita necessari al benessere.

Ma ha lo svantaggio di portare la paziente a crearsi una mitologia originale e personale relativa ai più svariati disturbi, fastidi e sintomi, riconducendo tutto, ma proprio tutto, alla PCOS.

Accade così che la malattia diventi, senza che se ne sia consapevoli, una sorta di alibi in grado di spiegare non solo il corredo di sintomi che prevede la sindrome, ma un po’ tutte le nostre caratteristiche … di personalità! Bisogna infatti distinguere tra “disturbo” inteso in senso biologico e “il vissuto di soffrire di un disturbo”. Se la malattia comporta una serie di sintomi obiettivatili da esami ed indagini mediche, essa comporta sempre un cambiamento nel modo in cui la paziente si percepisce, si muove nella sua quotidianità, si confronta con le altre persone, si sente abile e capace di fronteggiare la propria esistenza. Insomma: la comunicazione della diagnosi ci fa nascere come “malate”.

E spesso, l’essere consapevoli di avere un disturbo ci fa sentire diverse da prima, diverse dagli altri, inferiori, sbagliate. A questi vissuti seguono emozioni connotate dall’ansia e dalla paura, dalla depressione, dalla vergogna. E ne derivano percezioni del proprio corpo ma anche interpretazioni delle proprie motivazioni, inclinazioni, persino abitudini tutte determinate dall’idea di avere la PCOS. La comunicazione della diagnosi (di qualunque diagnosi) mette infatti la donna nella condizione di “paziente”: ovvero la passivizza, la rende passiva, perché la malattia noi la patiamo, la subiamo nostro malgrado. Questo può rendere difficile assumere poi quella posizione attiva, di cura e responsabilità verso noi stesse che ci permette di mantenere benessere e salute adottando il comportamento più corretto per fronteggiare il disturbo.

Insomma: avere la PCOS non significa che tutto quello che ci riguarda debba imputarsi a quel disturbo. La sindrome poggia su un disordine metabolico, ha un complesso correlato biologico, ma non non ci riduciamo alla pura biologia ed alla pura fisiologia! Esattamente come non possiamo imputare al ciclo premestruale ogni intemperanza caratteriale, l’abitudine di perdere le staffe e di urlare contro i figli o l’alzarsi di notte per abbuffarsi. Anche questo modo di guardare al comportamento femminile è infatti retaggio di una retriva cultura maschilista e paternalistica, che vede la femmina completamente ostaggio dei cicli ormonali, soggiogata al proprio utero ed alle proprie ovaie, preda di spinte irrazionali. Ma queste letture sono luoghi comuni, veri e propri pregiudizi. Che poi condizionano anche noi stesse nel modo di guardare al nostro corpo, al suo funzionamento ed ai nostri comportamenti.

La sindrome premestruale può certo condurre ad una malessere vago, ad una certa irritabilità, ad una facile stanchezza ma non riesce a spiegare da sola uno stile relazionale isterico e scomposto, caratterizzato dall’impulsività, dalla reattività. Così come la PCOS non è responsabile della nostra compulsione nel bere litri di bevande gassate o consumare intere confezioni di merendine; nemmeno ha colpa nel tenerci lontane dall’attività fisica o nel dolore vaginale alla penetrazione. Non va chiamata in causa nell’avversione per alcuni cibi o per il nostro carattere aggressivo. Sono tutti sintomi, è vero, ma non della PCOS. Vanno ascoltati e curati ma pescano nella nostra personalità, non nella biologia.

È importante non fare di tutta l’erba un fascio: e gli specialisti sono preziosi in questa operazione di decodifica delle nostre caratteristiche. Era questo il quesito in apertura: siamo pronte ad ascoltarli? Se è normale che l’avere la PCOS diventi una consapevolezza, un elemento della nostra identità e se è normale il processo di rilettura di tutto il nostro essere alla luce di quella sindrome, è bene però cercare dei riferimenti autorevoli in grado di aiutarci a mettere ordine nelle nostre convinzioni. Che altrimenti rimangono interpretazioni inossidabili, cui crediamo ciecamente, che fanno da guida del comportamento ma diventano ostacoli formidabili alla cura. Impedimenti nel mantenimento della salute. Per questo è fondamentale che il team di cura includa la figura della psicoterapeuta: ogni difficoltà, ogni sintomo va ascoltato e compreso.

L’idea che la donna ha di se stessa e del proprio disturbo è sempre molto soggettiva ed originale: va attentamente analizzata altrimenti sarà poi quella a determinare il fallimento del processo terapeutico, l’abbandono della dieta o l’interruzione dell’attività fisica. La donna deve essere accompagnata e sostenuta nell’accettare che molte abitudini e comportamenti scorretti che è stata portata a considerare causati dalla PCOS ne sono invece un riflesso psicologico, ovvero il risultato di come il suo carattere, la sua personalità ha filtrato ed assorbito l’idea di avere quel disturbo. Non si ammala solo il nostro corpo: a volte sono le nostre idee ad essere ammalate, le nostre emozioni ed i nostri pensieri. Anche di quelli dobbiamo prenderci cura. Nel modo migliore.  

Iscriviti alla newsletter di LOTUS Flower

{captcha}

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *