L’umiliazione di essere femmine

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“Ma piantala di fare l’isterica”! Quante volte ci sentiamo apostrofare in questo modo quando reagiamo ad un’offesa, quando ci ribelliamo se veniamo prevaricate o se rimaniamo inascoltate. Quante donne con la PCOS si sono sentite dire per anni che avevano solo storie, che erano formose solo perché appartenenti al “tipo mediterraneo”? Quante volte si sono sentite dire che i loro sintomi, disagi e malesseri erano solo dovuti “al ciclo”, anche quando il ciclo non l’avevano. Che la loro fame era incapacità di controllarsi, bisogno di compensare i problemi affettivi. “Sono gli ormoni”, ci sentiamo spesso dire. È nel linguaggio comune, purtroppo anche di noi donne, liquidare qualunque intemperanza, ogni accenno di ribellione, ma anche le proteste ragionate e sacrosante, facendo riferimento alle variazioni emozionali (e fisiche o comportamentali) che accompagnerebbero il ciclo femminile. Senza renderci conto che questo modo di guardare ai nostri atteggiamenti e comportamenti ha una radice profondamente ed ottusamente maschilista. Che ha fatto molti danni e che ancora ne produce.

Quanti preconcetti sull’essere donne: sul ciclo femminile, sul mondo emotivo femminile, così misterioso, così diverso da quello maschile, così magicamente ritmico e sinuoso. Il nostro sesso, naturalmente mutevole, è sempre stato deriso e banalizzato. La sua articolata complessità è sempre stata ridotta ed appiattita sull’esistenza di due supposte fasi: quella premestruale, caratterizzata dall’irritazione e dall’emotività incontrollata e quella post-mestruale, invece più tranquilla, mansueta, obbediente. Mentre un uomo si può arrabbiare, a torto o a ragione, può urlare e manifestare il suo dissenso, può esporre quanto lo indigna, offende o ferisce, la donna non ha questa facoltà intellettiva. Se alza la voce “ha le sue cose”, oppure “è nervosa perché fa poco sesso” oppure “è isterica”: insomma, nessun ascolto per il contenuto di quello che esprime a gran voce, che è sempre di nessuna importanza. Tutto viene ricondotto ad una fluttuazione ormonale, biologica, ad un’emozione fastidiosa e petulante che si radica nel suo ventre e che durerà appena qualche giorno. La donna è solo fisiologia: non ha cervello, non ha nulla da comunicare. Pertanto anche i suoi sintomi sono genericamente ricondotti “al ciclo”. Che è un bel modo per chiudere la questione: nessun problema, piantala di lamentarti, è solo il ciclo. È tutto naturale, stai male solo perché hai il ciclo. Un bel modo per tapparci la bocca, vero? Anche un bel modo per non approfondire mai “cosa significa avere un ciclo”.

Un bel modo di inascoltate la sofferenza: perché è un po’ come dire “non hai nulla bella mia, aspetta la fase successiva, fra qualche giorno scomparirà tutto”. Un modo miope, profondamente aggressivo. Che non ha risparmiato la medicina, che ha costruito modelli di studio e protocolli sulla base dello standard di un uomo di media età di circa 70 kg: si ignora molto della fisiologia femminile, si ignora molto per esempio dell’impatto che farmaci o stili di vita hanno sui livelli di estrogeno e progesterone, gli ormoni principali  nell’orchestrare il ciclo femminile. Pertanto, si comprende facilmente come si fatichi ad attribuire rilevanza e significatività ai sintomi specifici, alle sindromi, al dolore fisico ed emotivo che si accompagnano al ritmo femminile.

È vero, noi donne abbiamo una peculiare biologia e fisiologia, viviamo tutta la vita in una danza che implica un mutamento costante e ritmato, collegato non a caso a quello lunare. Ma in questo non c’è nulla di ridicolo: soprattutto, però, in ogni variazione e fase si riscontrano modelli e tipicità di sensibilità, atteggiamento e comportamento. Di ispirazioni e di energie che la sapienza della natura ha forgiato. Le variazioni che sperimentiamo non sono accidenti, effetti collaterali del funzionamento del sistema endocrino: ogni fase ha peculiarità, e non è vero che in quella premestruale, per esempio, si verifica la perdita della normalità e dell’equilibrio che esiste nelle altre fasi!  

E se si registrano differenze di inquietudine e nervosismo (basate su diversi livelli di adrenalina e cortisone, due ormoni legati all’attivazione di tutti i sistemi biologici) si dovrebbe essere disposti a cogliere anche una maggiore determinazione nell’andare a fondo delle questioni, nell’esprimere sfumature diatoniche ma fondamentali per l’analisi delle cose e la presa di decisione efficace, nell’indagare insomma i lati più oscuri e problematici e nell’usare l’intuizione. Ma le donne stesse sono all’oscuro della loro fisiologia, impregnate di stereotipi (sempre negativi e denigratori), scocciate della loro naturale legge sincronica coi ritmi di natura. Quante di noi, continuamente ripetono che avrebbero preferito nascere maschi.

Insomma: siamo un organismo sessuato, il nostro corpo è legato indissolubilmente alla nostra mente, al nostro spirito. Ma non abbiamo consapevolezza di cosa questo significhi e leggiamo il nostro comportamento e le nostre sensazioni alla luce dei pregiudizi. E delle semplificazioni: che purtroppo informano anche la medicina. Il dramma delle diagnosi tardive relativamente alla PCOS si inscrive in questa cultura. Noi donne dobbiamo imparare a conoscere il nostro corpo, a leggerne i segnali deboli, a rispettarne le istanze. Dobbiamo chiedere attenzione.

Il 30 Settembre Lotus Flower ha acceso di verde, il colore dell’impegno contro la PCOS, la Mole di Torino. Ha acceso un faro prima di tutto di consapevolezza, poi di speranza, infine di solidarietà. Per tutte le donne. Dobbiamo imparare che quando stiamo male non siamo “femmine che si lagnano”; che certo il dolore può partire dal nostro corpo e dalle sue incredibili peculiarità, ma questo non vuol dire che “basta aspettare e si risolverà tutto”. Dobbiamo smetterla di usare espressioni verbali offensive per noi donne, che in realtà rinforzano gli stereotipi e ci chiudono all’angolo. Il dolore pelvico, quello fibromialgico, quello emotivo relativo alla riduzione della fertilità, quello legato ad un aspetto fisico che viviamo come mascolinizzato e non rispettoso della femminilità, quello legato alle crisi glicemiche e al sovrappeso, i vissuti depressivi, la diminuzione del desiderio sessuale, la disforia e l’irritabilità: sono sintomi, non sono lamentele. Se qualcuno non sa ascoltare, non sa comprendere e non si mette accanto a noi alla ricerca di una cura, beh, evidentemente ha ridotte conoscenze della fisiologia femminile.

Smettiamo di vergognarci e di invidiare i maschi: addentriamoci piuttosto alla scoperta del nostro mondo. Ricco, così variegato nelle sue caratteristiche a seconda del momento del nostro ciclo ma anche a seconda dell’età che stiamo vivendo. Ancora così misterioso. Appropriamoci del nostro corpo, innamoriamoci della nostra natura, della sua potenza e della sua forza. Non lasciamoci umiliare. Mai.

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About Barbara Alessio

Mi chiamo Barbara e sono una psicologa psicoterapeuta psicodiagnosta. Da quasi 25 anni accompagno le persone in percorsi di crescita, cura, sviluppo. Parlo alle donne per aiutarle nel loro cammino, per non lasciarle sole, per ascoltarle, sostenerle, sciogliere i loro dolori e spronarle a prendere in mano la loro vita e la loro salute.

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