Che cosa significa essere donna

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Molti definiscono la PCOS la “sindrome delle femminilità rubata”: vogliamo dirlo forte e chiaro, non solo a noi questa espressione non piace per nulla, ma è un’affermazione assolutamente senza senso e senza fondamento. Un modo di dire sessista (creato da una mentalità scientifica maschile) che manca completamente il bersaglio nel cogliere l’essenza del femminile. Davvero possono rubarci la femminilità? Certo che sì: ma non sarà mai la PCOS a poterlo fare. Ed ora ti spiego il perché.

Che cos’è la femminilità? Te lo sei mai chiesto? Quali caratteristiche cogli per definire una donna più o meno femminile? Quanto ti senti femminile? Quali complimenti sei solita fare o esprimere nel segreto della tua mente nei confronti delle altre donna, circa le loro forme, lo stile e gli atteggiamenti, la ricercatezza nel vestirsi o nel truccarsi? E’ molto difficile rendersi conto che la nostra idea di femminilità è drammaticamente forgiata da un mix di stereotipi che vengono dall’educazione, dai dettami morali e religiosi, dalle immagini della moda e dal marketing. Forse ti stupirà mettere a fuoco che in genere sono i maschi a definire “che cosa è femmina”: e di solito lo fanno semplicemente e schematicamente dicendo che è l’opposto o il contrario (il negativo, insomma) dell’essere uomo. Per essere più precisi, sono soprattutto due le dimensioni che vengono utilizzate per definire una donna “molto femminile”: l’erotizzazione degli atteggiamenti (scollature, estese parti della pelle del corpo esposte, capigliatura fluente, accentuazione dei caratteri sessuali primari e secondari) e la mitezza (molto sguardo e poche parole). In pratica per gli uomini sono femminili le donne che accendono immediatamente fantasie e desiderio, avvenenti ma silenziose. Ammiccanti come le vediamo su tv, giornali e social: nelle pubblicità o nei servizi che riguardano donne famose del mondo dello spettacolo o dello sport.

C’è da chiedersi, tra lo sgomento ed il ridicolo, come sono da definirsi tutte le altre donne… Tutte noi donne normali, che non siamo campionesse di arrapamenti. Se non siamo “femminili”, che cosa mai saremo??? Ci hai mai pensato? Soprattutto: davvero esiste un solo modo di essere femmina? Ed è poi quella la femminilità? Un disturbo o il passare dell’età ce la possono rubare? Dobbiamo essere disposte ad una torsione di sguardo e di attribuzione di significato se vogliamo scoprire che cos’è la femminilità.

La femminilità non è una questione meramente biologica: su quella si appoggia ma non trova la sua completa definizione nel funzionamento di un apparato anatomico. E’ piuttosto l’inalterabile ed incorruttibile speciale qualità di energia propria del nostro genere. È un dono interiore che nulla ha a che fare col buono o cattivo funzionamento di organi e apparati. E’ una qualità dell’essere che riguarda il modo di operare nel mondo, di generare valori e modalità di sensibilità, pensiero, organizzazione dei comportamenti e di obiettivi. Complementare alla configurazione psicoenergetica e somatica maschile. Coerente con la funzione dell’apparato specifico del nostro genere: il complesso di vagina, utero ed ovaie. A livello psichico e spirituale esiste una sintonia, un’assonanza, un’analogia, un’alta coerenza fra le funzioni anatomiche e quelle psicologiche. La femminilità è immaginabile come una sorta di matrice che impronta il modo di essere, pensare, sentire ed operare di ogni femmina. E che ogni donna poi esprime in maniera originale e speciale. Esistono molti modi di declinare la femminilità: che certo poco hanno a che fare con l’altezza dei tacchi o la taglia del reggiseno.

Purtroppo, in una società maschilista, patriarcale e fortemente sessista come la nostra, il femminile trova veramente pochissimo spazio e dignità di espressione: il mondo è a misura di maschio e sono ancora i criteri maschili a definire il valore della femmina. Viviamo all’interno di stereotipi di cui siamo poco consapevoli, che imbrigliano, soffocano e reprimono l’espressione della nostra tipicità. Che non si definisce per essere solo l’opposto del maschile. Ecco perché ognuna di noi deve fare un grosso lavoro ed una certa fatica per andare sotto e oltre stereotipi e pregiudizi, per scavarsi dentro ed entrare in contatto con la propria femminilità. Che tu abbia o no la PCOS dovrai pertanto fare questo meraviglioso viaggio dentro di te e per mano alle altre donne, per recuperare l’essenza del femminile, che giace nella nostra psiche individuale e collettiva. Non abbiamo più modelli, si è interrotto il lignaggio. Non conosciamo più qual è il potere femminile, anche se sappiamo che non è quello arrabbiato, sguaiato e disperato del femminismo radicale che ha dovuto lottare per disseppellire la coscienza di una sperequazione fra i generi e la necessità primaria di riconoscere una pari dignità e non un asservimento di una parte all’altra. Dobbiamo impegnarci tutte per ritrovarne l’eco dentro di noi, perché solo in tempo molto antichi veniva esercitato in piena libertà: e possiamo farlo solo in connessione con altre donne. Come una cassa di risonanza, la rete femminile permette lentamente di portare alla luce e sprigionare l’essenza della nostra energia.

La PCOS non può rubarti la femminilità: piuttosto, è la cultura sessista a rubartela, facendoti credere che tu possa essere meno femmina di un’altra se hai poco seno, se sei più formosa, se non hai le mestruazioni, se non hai desiderio spasmodico di maternità, se non hai chiome lussureggianti, se preferisci i pantaloni ed odi il colore rosa. Nessuna malattia può rubarti la tua essenza: non un tumore che ti priva di un seno o la menopausa che mette a riposo l’apparato riproduttivo, non una disfunzione ormonale che crea qualche problema alla pelle o interferisce con la fertilità. Non sei meno femmina.

Che tu abbia o no la PCOS però devi impegnarti nella ricerca del tuo personalissimo modo di incarnare e sprigionare la bellissima, sempre feconda energia del femminile. La femmina è sempre feconda: è sempre in grado di accogliere e trasformare la realtà in maniera creativa affinchè esprima qualità preziose dal punto di vista pratico, emotivo ed affettivo. Non lasciarti incantare e sviare dai modelli preconfezionati. Concentrati su di te, sulla tua originalità. Diventa esperta di te stessa affinchè tu possa esprimerti al massimo grado, nelle più diverse forme, manifestando la tua luce femminile.

Questa è la filosofia di cura di LotusFlower: siamo un gruppo di donne che ha la passione del femminile, che dedica studio, energie, professione alla cura ed all’espressione del femminile. La nostra filosofia vuole accompagnarti ad avere fiducia in te stessa, nel tuo “guaritore interiore” affinchè si attivi e ti sostenga nel prenderti cura della tua salute e della tua bellezza per poterti esprimere e realizzare nella tua specialissima originalità. Noi vogliamo essere “abilitanti”: non ci limitiamo a “curare” ma vogliamo insegnarti a curati di te stessa. E lo facciamo non solo offrendoti molti strumenti di cura (alimentazione, stile di vita, emozioni, attività fisica, cura dell’estetica) ma rinforzando l’idea che la salute passa attraverso la sintonia dei nostri gesti, tutti i nostri gesti, con i bisogni biologici, psicologici e spirituali. La salute è cura ed armonia, è gratitudine, è piacere del bello e del buono, è carezza di mano e di sguardo, è cuore consolato e mente lucida, è libertà di movimento e piacere di esplorazione. Noi siamo impegnate nella costruzione e nell’espressione della femminilità nell’accezione creativa del termine. La filosofia della cura che ti offriamo è questa: diventare più consapevoli e capaci di usare il nostro potere femminile, nei confronti di noi stesse, dei nostri affetti e della comunità nella quale viviamo.

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Autore: Barbara Alessio

Mi chiamo Barbara e sono una psicologa psicoterapeuta psicodiagnosta. Da quasi 25 anni accompagno le persone in percorsi di crescita, cura, sviluppo. Parlo alle donne per aiutarle nel loro cammino, per non lasciarle sole, per ascoltarle, sostenerle, sciogliere i loro dolori e spronarle a prendere in mano la loro vita e la loro salute. Psicologa con iscrizione all'Ordine degli Psicologi del Piemonte n. 1839.

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