Io non mi vergogno

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Una delle emozioni più radicate e difficili da sostenere è la vergogna. Un sentimento molto diffuso nelle donne, soprattutto quando vivono problematiche legate all’aspetto fisico, al peso o alle caratteristiche estetiche, quando si vivono come “diverse” e si colpevolizzano e non si accettano. La PCOS sollecita molto questo meccanismo mentale ed emotivo. Ma da dove nasce la vergogna? E cosa ci può aiutare a trasformarla?

Perché ci vergogniamo? La vergogna dovrebbe essere associata al senso di colpa, ovvero alla presa di coscienza di avere commesso qualcosa di cattivo e riprovevole, di esserci comportate in maniera scorretta e di aver nuociuto a qualcuno.

È comprensibile ed utile questo sentimento quando riguarda azioni commesse ai danni degli altri, perché in questo caso è alla base della possibilità di costruzione di un legame sociale e conviviale con le altre persone. È un sentimento che ci fa stare male quando siamo “cattive”, dunque ci dirige alla ricerca di condotte solidali, amicali e collaborative: è un sentimento insomma con una valenza positiva proprio perché funzionale alla convivenza civile.

Ma come mai ci vergogniamo anche per quello che siamo, per l’immagine corporea, ovvero per caratteristiche per le quali non abbiamo nessuna responsabilità? Vergognandoci per esempio se abbiamo il seno molto piccolo o molto generoso, se siamo alte o basse di statura, se tendiamo a forme piene e rotonde, se abbiamo capelli fini e radi, se siamo dotate di piedi ben piantati e grandi? Questo tipo di vergogna non ha alcuna valenza sociale: anzi, ci spinge all’isolamento.

Si tratta di un vissuto complesso che è avvertito come sensazione sgradevole di nudità, di inferiorità e di ribrezzo agli occhi degli altri. Ci si sente giudicate ridicole ed indegne, diverse. Il disagio può essere insopportabile e sfociare nell’umiliazione.

Questa vergogna di sé non è legata a commenti o critiche effettivamente raccolte: si prova piuttosto nell’intimo di sè, è una convinzione profonda di indegnità che crea tristezza, confusione, ritiro sociale. Prevede un giudizio implacabile su di sé, che la persona attribuisce alle persone che la circondano ma che in realtà è depositato nel fondo della sua identità. Siamo noi stesse che ci giudichiamo ferocemente: senza possibilità di scampo.

È insomma un’autovalutazione molto negativa, che poggia certo sull’insicurezza ma anche, pensate un po’, sul confronto con un’ideale di sé interiore onnipotente, talmente esagerato e perfetto da comportare il fallimento continuo nel confrontarsi con esso. È come se ci paragonassimo continuamente con un modello interiore di superdonna, al quale ci imponiamo di assomigliare e verso il quale ci costringiamo a tendere. Avendo fissato un modello disumano, impossibile da eguagliare, è allora comprensibile il senso di fallimento costante, il vissuto di essere sbagliate, di scarso o nessun valore. Da qui alla rabbia il passo è breve.

Ma anche alla colpa ed all’ansia. Ed all’instaurarsi di un sottile conflitto perenne con le altre donne, verso la quali mi metto in confronto serrato, mettendole nella posizione di rivali vincenti, mentre io occupo quella della vittima. Le altre donne, perfette ed ovviamente felici, diventano schermo dove proietto il mio ideale interiore di donna: così si crea una frattura dentro di me e fra me e le altre. Diventerà difficile fidarsi e fare amicizia: sarò proprio io la prima ad isolarmi, a non permettere che nessuna si avvicini, a sentire che mi rifiutano e mi giudicano, che io non farò mai parte del loro gruppo. Ma l’artefice dell’esclusione in realtà sono io.

Vergognarsi del proprio corpo, delle proprie caratteristiche fisiche, di come siamo fatte e di come siamo irrimediabilmente brutte è allora un vissuto che raccoglie, incanala e veicola ben altra questione: un atteggiamento profondamente autogiudicante, la condanna implacabile e la non accettazione della propria identità. Che se si incontra con una situazione di patologia, come nella PCOS, diventa un innesco formidabile per il malessere e la tendenza a nascondersi ed isolarsi, evitando l’incontro e lo scambio interpersonale.

Comincio così a nutrire una rabbia profonda e segreta, che può manifestarsi in molte direzioni:

  • come vittimismo e rassegnazione, passività ed apatia;
  • come bisogno di vendicare il torto dell’esclusione diventando ipercritiche e sfacciate nello squalificare le caratteristiche emotive, morali o caratteriali delle altre donne (se non posso competere sul fisico cercherò di sbaragliare negli altri ambiti, diventano competitiva ed aggressiva);
  • come autoaggressione al sé, attraverso varie “punizioni” (sabotaggi di percorsi terapeutici e/o estetici, disordini alimentari, abuso di sostanze psicotrope o di farmaci o di alcool, promiscuità sessuale) fino all’autolesionismo.

Una brutta bestia davvero, questa vergogna… Che cosa può aiutarmi? Come ci si libera di questo sentimento? Intanto con l’ammissione che ne soffriamo, e che esso è alla base di molti nostri comportamenti dannosi verso noi stesse, che noi crediamo siano reazioni al giudizio degli altri e che invece sono conseguenze dei giudizi che noi diamo su noi stesse. Conseguenze del razzismo che attuiamo verso noi stesse. Se vogliamo guarirne, dobbiamo imparare a dare valore alla soggettività, al misterioso dispiegarsi delle differenze tra di noi che fanno si che ogni essere umano sia unico ed irripetibile, ed abbia valore di per sè. Ci guarisce l’innamorarci profondamente della nostra originale natura.

Il lavoro sull’autoconsapevolezza è una via maestra per sciogliere la vergogna. Diventare conscia dei pensieri negativi ripetitivi, dei giudizi tremendi che rimuginiamo su di noi e che utilizziamo per prendere decisioni permette di mettere a fuoco come queste convinzioni siano frutto del nostro implacabile giudizio e non verità assolute. “Sono grassa, che mi metto a dieta a fare”, “Intanto sono malata e sono diversa dalle altre, non cambierà mai niente nella mia vita”, “Non ci vado in palestra perché sono inquadrabile e tutte mi prendono in giro”, “Sono orrenda e sono una fallita”, “Rimarrò sola, chi se la prende una come me”.

Accettare il disagio, cambiare il proprio sguardo su di sè, cominciare a volersi bene, ad accettarsi come persona prima di tutto, allargando l’attenzione a tutte le nostre caratteristiche, non solo a quelle problematiche, ci aiuta a non alimentare la vergogna. Ci avvicina a noi stesse e ci permette di riconoscerci ferite, bisognose di aiuto ed amore. Che per prime dobbiamo dispensare a noi stesse. Innamorandoci della nostra natura.

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About Barbara Alessio

Mi chiamo Barbara e sono una psicologa psicoterapeuta psicodiagnosta. Da quasi 25 anni accompagno le persone in percorsi di crescita, cura, sviluppo. Parlo alle donne per aiutarle nel loro cammino, per non lasciarle sole, per ascoltarle, sostenerle, sciogliere i loro dolori e spronarle a prendere in mano la loro vita e la loro salute.

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