A cosa serve la scienza, un’ode alla cura

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Si sa, oramai grazie ad Internet tutte possiamo documentarci utilizzando la rete. Anche noi di Lotus Flower usiamo questo canale per fare informazione e formazione, per sensibilizzare le donne all’ascolto ed alla cura di sé. Ma non tutto quello che si legge ha il medesimo valore dal punto di vista della credibilità. Oppure, non tutto è scritto in un modo tale da essere “utile”. Nell’ambito della salute, gli operatori del settore devono essere titolati, per essere credibili. Avere competenze certificate. Ma non vi è mai capitato di non sapere che pesci prendere? Di assistere a dispute on-line dove qualcuno dice “sono io la più competente!”? Vi è capitato di non riuscire a capire come fidarsi e, soprattutto, a chi affidarsi quando cercate qualcuno esperto del vostro disturbo? Sicuramente succede anche per quanto riguarda la PCOS… Perché se i titoli sono il prerequisito per proporsi come riferimento terapeutico, sappiamo bene che a curare non sono i protocolli ma gli operatori. La loro esperienza, anche nella maneggiare l’informazione. Bene: vogliamo dedicare questo articolo a parlarvi della nostra filosofia di cura. E di quanta attenzione facciamo nel nostro fornire informazione.

Lotus Flower è nata con l’intento di rivolgersi alle donne con il disturbo della PCOS: ma non ne parla solo in termini di malattia, nel rispetto delle caratteristiche così proteiformi della sindrome, che rende davvero ogni donna diversa dall’altra. Non esiste infatti una “tipica donna portatrice di PCOS”. Perché il corredo di sintomi, che riguardano il corpo, il funzionamento ormonale, la sessualità, l’estetica, la fertilità e l’umore, si presenta con amplissimi gradi di severità. In qualcuna il disturbo è meno incisivo, meno invasivo mentre per altre donne la sindrome dispiega un ventaglio di effetti davvero pesanti. Oggi non è difficile reperire “numeri” circa la PCOS. Se digitate sui vostri motori di ricerca, per esempio compare facilmente e praticamente dappertutto come sia una sindrome che colpisce circa il 10% della popolazione femminile. Altrettanto facilmente leggete che è sovente associata a dei sintomi che riguardano la sfera emotiva. Come abbiamo molte volte affrontato nei nostri articoli, questo dipende da svariati meccanismi: certamente lo squilibrio ormonale ha un riverbero sulla sfera psichica attraverso vie nervose (quindi biologiche) ma dobbiamo includere anche l’influenza emozionale che qualunque evento che impatti il nostro corpo, l’immagine che abbiamo di noi, il nostro funzionamento sociale e sessuale. Non possiamo mai essere certi di cosa “causi” un sintomo emotivo: perché noi siamo un organismo complesso, un’entità psicocorporea, un insieme di sistemi psicofisici organizzati in reti e sottosistemi, finemente e retroattivamente interrelati. È bene però che ad ogni sintomo emotivo venga data la giusta attenzione e dignità, appunto, di sintomo. Che vada ascoltato. E che trovi il giusto trattamento. Ma è bene anche sapere che i sintomi emotivi non necessariamente e non sempre rimandano a malattie mentali. Stiamo dicendo che vanno trattati ma anche bene compresi, bene “letti” dallo specialista. E qui, vogliamo spiegarci meglio. Perché è davvero importante.

Sono una psicologa psicoterapeuta psicodiagnosta che da ben 24 anni lavora in ambito psichiatrico. Sono la Responsabile del Servizio di Psicologia e Psicodiagnosi di una Casa di Cura per malattie nervose e neuropsichiatriche. Credete, so bene cosa sono le malattie mentali, ogni giorno stendo diagnosi che servono ai medici psichiatri per impostare trattamenti psicofarmacologici o che servono ai servizi territoriali per stendere progetti terapeutici residenziali. Per fare una diagnosi in psichiatria, gli operatori si appoggiano ad un sistema internazionale chiamato DSM, il Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali oggi alla V edizione, che uniforma ogni patologia in una serie di sintomi: per rientrare in quel quadro, insomma, in tutto il mondo il paziente deve presentare un corredo sintomatologico ben preciso e per uno stabilito lasso di tempo. Non basta un solo sintomo per fare diagnosi, perché alcuni sintomi sono trasversali a diversi quadri, ovvero possono presentarsi in diverse malattie mentali, oppure perché sono transitori. Ecco perché per fare diagnosi sono necessari un’attenta osservazione del paziente, la raccolta della sua storia (anamnesi), i colloqui, a volte la somministrazione di test proiettivi, in qualche caso notizie fornite dai parenti. La diagnosi è un intervento complesso che possono fare solo gli specialisti del settore e solo in presenza di qual paziente. Deontologicamente ( e legalmente) non è possibile fare una diagnosi a distanza. Nemmeno il paziente può farsi da solo una diagnosi. Perché vive i suoi sintomi in maniera molto soggettiva e non dispone delle conoscenze per collocare il sintomo in una determinata patologia. A questa complessità si deve aggiungere un’altra importantissima questione: un sintomo emotivo, psichico, per quanto invasivo e fastidioso, a volte invalidante in quel momento dell’esistenza, non necessariamente rimanda ad una vera e propria malattia mentale. È questo il caso, per esempio, dei sintomi che riguardano l’umore.

Faccio divulgazione scientifica su riviste, blog e mezzi di informazione da moltissimi anni, da più di venti mi impegno nella formazione di medici, farmacisti, infermieri, medici veterinari, volontari della protezione civile. E so che ci va grandissima attenzione a parlare dei meccanismi che regolano la vita psichica. Noi specialisti siamo tenuti ad impegnarci in una formazione continua (per legge regolamentata ed obbligatoria attraverso il sistema dei crediti formativi che ogni professionista deve annualmente maturare con la partecipazione a corsi di formazione accreditati). Ma quando ci rivolgiamo ai pazienti ed al grande pubblico dobbiamo sforzarci di tradurre tale conoscenza con grandissima attenzione e sforzo etico. Per esempio, associare la PCOS genericamente alla depressione, è solo una semplificazione che eticamente ha una grande rilevanza. Perché il solo termine “depressione” non è un termine clinico: nel DSM esistono infatti molti disturbi depressivi e il sintomo depressivo, la deflessione del tono dell’umore, è trasversale a molti quadri. Però leggere che molte donne con PCOS sviluppano la depressione può indurre le donne, che magari sperimentano vissuti depressivi anche di una certa entità, a definirsi depresse. E poi, lentamente, ad identificarsi in donne depresse. E ancora: spesso si legge che esiste una maggiore prevalenza di PCOS in donne con Disturbi dell’umore. Quante persone non del settore sanno esattamente che cos’è un disturbo dell’umore? Come traduce la parole “umore” la persona comune? Sicuramente rifacendosi al suo personale concetto di umore, che non è quello clinico. Il Disturbo dell’Umore è una severa patologia mentale, da controllare assolutamente con un intervento psicofarmacologico continuo e ben monitorato. E non riguarda assolutamente tutte quelle variazioni umorali legate all’ansia, a vissuti depressivi, a labilità emotiva caratterizzata da irrequietezza e/o crisi di pianto, che invece tutti quanti sperimentiamo nella nostra quotidianità. È bene, allora, che quando leggete che la PCOS si correla con una certa frequenza ad alcune patologie mentali, non pensiate di poterne essere anche voi affette sulla base di alcuni sintomi che vi riconoscete. Sintomi psichici che effettivamente alcune condizioni esistenziali e/o di salute possono esacerbare, anche la PCOS: SENZA ESITARE IN UNA PATOLOGIA MENTALE. Sono sintomi che creano difficoltà e peggiorano la qualità della vita: vanno trattati e la psicoterapeuta è la figura più adatta a fornire un aiuto. Un aiuto prezioso che può davvero la fare la differenza: tuttavia, la cliente non presenta una diagnosi psichiatrica, una malattia mentale. La maggior parte delle donne con la PCOS non ha affatto alcuna patologia mentale (certo, qualcuna sì), anche se presenta sintomi e sofferenze di tipo psichico. Tali sintomi meritano un trattamento: generalmente non di tipo psicofarmacologico bensì psicoterapeutico. E richiedono la presa di responsabilità verso se stesse, il proprio corpo e la propria salute in prima persona e con modalità attive. Attraverso la modifica dello stile di vita.

A cosa serve la scienza? A cosa servono i protocolli scientifici? Sapete che cos’è la “Evidence Based Medicine” (EBM)?. La EMB è quell’approccio medico che stila protocolli di intervento sulla base di dati clinici prodotti sperimentalmente su gruppi e classi di pazienti affetti da una malattia nosologicamente definita. Essa dunque trasla poi quei dati (diagnosi, andamento clinico e decorso dal trattamento protocollato) a tutti i pazienti affetti da quel preciso disturbo. Fornisce delle Linee Guida assolutamente necessarie a chi opera clinicamente: che poi è tenuto però ad un altro passo, altrettanto fondamentale di quello del riferimento al protocollo, ovvero impegnarsi in una relazione altamente personalizzata e eticamente orientata alla cura con “quel” paziente. I dati scientifici richiedono grande attenzione nella loro divulgazione: vanno tradotti. Altrimenti possono produrre uno speciale danno chiamato “iatrogenia”, un fenomeno che indica un danno causato dallo specialista e/o dal suo trattamento terapeutico. Divulgare notizie, anche se precise e relative a studi internazionali, implica il dovere di spiegarle e contestualizzarle. Altrimenti immette in circolazione interpretazioni, fantasie, paure, incomprensioni, semplificazioni che vanno a costruire l’immagine di quel disturbo in un certo modo (errato e/o impreciso), e, fatto ancor più grave, che creano degli stereotipi circa le persone che ne sono portatori. Facendo circolare idee molto semplificate e fuorvianti delle patologie medesime. Anche noi specialisti possiamo “ammalare” i pazienti: definendo per esempio come “depressa” una donna, possiamo indurla a sentirsi “malata di depressione”, una condizione che può stimolare una regressione ed una passività, l’identificazione con altre donne di sua conoscenza definite depresse, e contribuire così ad una cronicizzazione di quello stato psichico. Nel mio lavoro in clinica ho vissuto davvero spesso all’opera questo meccanismo. Che porta a dire le donne “sono depressa” anche quando stanno bene, perché oramai si sono identificate con la malattia. Una donna che riceve una diagnosi di PCOS, che combatte da tempo con il peso, che ha difficoltà a rimanere incinta può sperimentare forti vissuti depressivi. Se non si è in presenza di una precisa diagnosi, si deve allora dire che quella donna sta vivendo una attuale deflessione del tono dell’umore reattiva agli eventi di vita, quindi congrua alla realtà. Insomma: fisiologica. Va aiutata ma le va spiegato che ciò vive è normale, è coerente e non è patologico. Non è vero che le donne con PCOS sian tout-court delle depresse: la PCOS non causa la depressione, anche perché il termine “depressione” da un punto di vista clinico non vuol dire un bel niente. Ti senti a terra? Ti senti triste e scoraggiata? Chiedi aiuto, cerca di capire che cosa ti fa stare cos’ e fai di tutto per migliorare la qualità della vita. Non è detto che tu sia portatrice di un disturbo depressivo, anzi, probabilmente non è così: ma la tua sfera psichica è sofferente e va aiutata.

In LotusFlower cerchiamo di parlare a tutte le donne: cerchiamo di offrire una chiave di lettura e di comprensione a quello che vivono ogni giorno nella loro vita al di fuori di etichette diagnostiche. Cerchiamo di stimolarle ad ascoltarsi e a prendersi cura di sé seriamente. Perché possono fare molto per la loro salute, moltissimo. Possono stare meglio. Anche dal punto di vista psichico: se chiedono aiuto. Sarà poi la specialista a definire se i loro sintomi rientrano o meno in un particolare disturbo mentale o se invece sono legati a circostanze attuali, dunque coerenti con quello che stanno vivendo, e non derivanti da un disturbo psichico. Si può e si deve parlare di emozioni: ma tanta attenzione va fatta a divulgare la correlazione i sintomi e/o i vissuti emotivi a definite patologie mentali. Ricordiamo qui che da un punto di vista scientifico le cause di tutti i disturbi mentali sono sconosciute: la correlazione fra PCOS e determinate malattie mentali non parla di relazioni di causa-effetto, dice che le due patologie sono compresenti. Molti autori e autrici hanno cura di sottolineare questo, altri no.

La filosofia della “cura” cerca un approccio innanzi tutto personalizzato. Recupera la persona e la mette al centro: costruendo intorno a lei un insieme di strumenti terapeutici che possono di volta in volta servire a migliorare il suo benessere e la qualità della sua vita. Cerca di non lasciare la donna sola, cerca di motivarla alla responsabilità verso se stessa. Cerca soprattutto di evitare che attraverso l’autoetichettatura di “malata “(in termini clinici si chiama “labelling”), la donna si metta in una posizione passiva e deresponsabilizzata, cominci a pensarsi come automaticamente esclusa dalle esperienze di tutte le altre donne, con poco controllo sulla propria vita. Il 70% della nostra salute, dice oggi la scienza, è nelle nostre mani, dipende dal nostro stile di vita: è veramente un grande potere, usiamolo bene.

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About Barbara Alessio

Mi chiamo Barbara e sono una psicologa psicoterapeuta psicodiagnosta. Da quasi 25 anni accompagno le persone in percorsi di crescita, cura, sviluppo. Parlo alle donne per aiutarle nel loro cammino, per non lasciarle sole, per ascoltarle, sostenerle, sciogliere i loro dolori e spronarle a prendere in mano la loro vita e la loro salute.

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