Reazione negativa in seguito alla diagnosi della PCOS

Quando riceviamo conferma di soffrire di un disturbo rimaniamo sempre un po’ scosse. Sapere di non essere in salute genera ansie, paure, sconforto. Emozioni difficili, che non sono limitate al momento in cui lo specialista ci spiega il quadro, ma che possono estendersi anche per un lungo periodo successivo. Come affrontare una diagnosi di PCOS?

Sono davvero tantissimi gli stati d’animo, le sfumature emotive che possiamo provare quando abbiamo problemi di salute. La comunicazione di una diagnosi ci getta repentinamente in un nuovo stato, provocando una frattura nel nostro sentimento di continuità dell’esistere: un momento prima ci ritenevamo sane, al limite ci sentivamo poco bene, avevamo qualche disturbo ma la nostra vita scorreva nella percezione di una costante continuità. Un momento dopo, sperimentiamo l’ingresso in un nuovo modo di essere, negativo rispetto al precedente: ora “siamo malate”. Una versione peggiorativa di noi stesse, di quelle che siamo sempre state. Ma è proprio così?

Anche se certamente grande importanza e delicatezza va assegnata al modo in cui ci viene comunicata una diagnosi di PCOS (lo specialista può davvero fare la differenza rispetto all’impatto psicologico della notizia, dunque è bene affidarsi a curanti sensibili all’aspetto psicologico della propria professione e del programma di cura), è l’idea che abbiamo di noi stesse a guidare l’atteggiamento che struttureremo verso il disturbo e verso il suo trattamento. Insomma: come sempre è il senso che attribuiamo a ciò che viviamo e l’immagine che abbiamo di noi stesse a determinare quanto sarà traumatica la diagnosi. Influenzando anche potentemente la prognosi. Che significato ha la diagnosi di PCOS? Non certo che “siamo diventate malate…” Non abbiamo perso nulla rispetto a prima, non siamo diventate “altre”, non siamo state declassate né allontanate dalla rosa di possibilità e occasioni a noi destinate. Significa che abbiamo un disturbo: significa che il nostro organismo sta attraversando un disequilibrio e richiede attenzione ed azioni dedicate per ri-generare un nuovo stato di buona salute, recuperando una migliore funzionalità.

Le parole con le quali ci descriviamo, la narrazione della situazione che stiamo vivendo sono fondamentali per comprendere bene quanto ci sta accadendo e per affrontarlo al meglio, evitando di aggiungere al disequilibrio anche sovraccarichi emotivi causati dai vissuti che ci assalgono se ci figuriamo tragicamente quanto stiamo attraversando. Dirsi “malate”, darsi per malate significa identificarsi con una condizione negativa che implica passività, squalifica, inferiorità e perdita. Porta a comportarci subito come diverse da prima, come “meno capaci”, come “rotte” e limitate, in perdita. Ci mette in allarme, ci può portare alla rassegnazione, alla colpevolizzazione, perfino alla disperazione cioè al pensiero che saremo sempre così, che oramai saremo imprigionate per sempre in una nuova condizione che ci distanzia dalle altre donne.

Dunque: cominciamo con il definire che cos’è il disturbo, qual è la condizione di perturbazione del nostro equilibrio che ha nome “PCOS”. Chiediamo alla specialista di spiegarci con semplicità ma estrema chiarezza quali sono i meccanismi implicati, senza paure ma anche chiedendo a noi stesse la massima attenzione attenzione e curiosità. e’ un occasione per conoscere aspetti del funzionamento del nostro corpo che spesso nemmeno conosciamo! Senza indugi, dobbiamo capirci! Capire il nostro corpo e capire che cosa il curante ci sta dicendo, senza imbarazzi o vergogna, senza tralasciare alcuna domanda, anche se ci sembra sciocca, anche se ci fa sentire ignoranti. Se capiamo cosa succede, allora potremmo meglio seguire il trattamento, saremo più consapevoli di quello che dovremo fare e che dovremo evitare. Ciò che non conosciamo ci spaventa, ci sembra fuori del nostro controllo dunque allarmante.

E’ inevitabile il turbamento emotivo alla comunicazione della diagnosi: ma l’unico modo per confinarlo a quel momento è ascoltare ciò che si sta provando, esprimerlo e cercare conforto e consolazione. Ciò che genera dolore non è tanto la notizia in sé quanto la sensazione di essere sole, incomprese, escluse, diverse, isolate. Il partner e l’equipe curante sono il “luogo psichico”, cioè la mente/cuore in cui trovare rifugio, riparo e comprensione. Anche il confronto con chi come noi si sta cimentando nella stessa situazione di vita: le altre donne che soffrono di PCOS. È importante esprimere tutto quello che ci attraversa: la sensazione di minaccia al proprio progetto di vita, a desideri e aspettative; la rabbia; i vissuti depressivi e la paura; l’invidia per chi ci sembra spensierato e “intatto” mentre noi ci sentiamo dis-integrate, un po’ rotte e fallate; la perdita della sicurezza in se stesse. La conferma di soffrire di PCOS ci rende almeno temporaneamente più vulnerabili: ed è bene rispettare questo stato transitorio delicato, che impone calma, tranquillità, tenerezza, ricerca di supporto e consolazione. Un momento in cui accucciarsi, simbolicamente al calore di un fuoco e di una fiamma che non sono tanto quelle concrete di un camino o di un fuoco ma dei nostri legami ed affetti. Sono infatti quelli a dare significato alla nostra esistenza e sono quelli che ci permettono di organizzare risorse e forze, determinazione e positività per rialzarci ed affrontare il cambiamento. È in questo contesto che trova ragion d’essere il sostegno psicoterapeutico, che può configurarsi come uno strumento molto efficace per elaborare l’impatto emotivo della diagnosi ed organizzare gli atteggiamenti ed i comportamenti più adatti a curarsi con efficacia.

Per concludere, possiamo ricordare che il termine “crisi” in giapponese significa contemporaneamente “pericolo” e “opportunità”. In quella cultura dunque si insegna e si assimila che ogni cambiamento, ogni rottura improvvisa dello status-quo (come lo è ogni malattia) non porta solo dolori e rinunce ma apre nuovi orizzonti: la ricerca di un stato di benessere nuovo, che imporrà modifiche nello stile di vita, nuovi incontri, esperienze, momenti di riflessione. È un buon messaggio, profondo ed utile, che sbaraglia un po’ la paura: non credete?

Sindrome premestruale ed emozioni

La Sindrome Premestruale è un insieme di sintomi psico-fisici che si manifestano nella seconda metà del ciclo mestruale, che crea disagi ed uno stato generalizzato di grande malessere. Oggi sappiamo che lo stress incide negativamente: è vero che la sindrome prevede tensione ed abbassamento del tono dell’umore ma è altrettanto vero che uno stile di vita sbagliato o una situazione emotivo-affettiva avversa possono esacerbarla e peggiorare il dolore del corpo e della mente. Cosa è bene sapere e cosa fare per stare meglio.

Si parla di Sindrome Premestruale proprio perché si tratta di una varietà di manifestazioni che riguardano il corpo e gli stati d’animo, con importanti ripercussioni psicologiche su comportamenti ed atteggiamenti, che certamente causano difficoltà e in qualche modo compromettono la qualità dell’esistenza nella settimana che precede le mestruazioni o nei giorni immediatamente ad esse antecedenti. Generalmente la sintomatologia assomma gonfiore e dolorabilità al seno ed alla zona pelvica, forti mal di testa, ritenzione idrica e gonfiore, stipsi ed acne; ma è il peggioramento dell’umore a preoccupare di più, perché può causare problemi nelle relazioni famigliari e lavorative. Le donne si sentono facilmente irritabili, ansiose, facili al pianto ma anche a crisi repentine di rabbia e collera, provano una stanchezza profonda. Possono sentire vissuti depressivi, vivere scontri, sentirsi oggetto di critiche o avere la sensazione di essere incapaci e senza vie di uscita. A ciò si aggiungono attacchi di fame nervosa e difficoltà nel riposo notturno.

A cosa è dovuta? Sono i fisiologici cambiamenti ormonali che riguardano il ciclo mestruale ad essere responsabili dei sintomi che le donne sperimentano, con effetti a catena che coinvolgono l’intero sistema psicofisico, fino a quando i cambiamenti della fase successiva non ripristinano un altro equilibrio, che comporta la scomparsa della sintomatologia descritta. Sappiamo che si modifica il livello del progesterone, degli estrogeni, della prolattina e dell’aldosterone; e diminuiscono alcune endorfine, quei neurotrasmettitori (BDNF, serotonina, dopamina) che produciamo normalmente e che sono responsabili delle sensazioni di benessere e del rispetto dei ritmi corporei.

Cosa possiamo fare per curare il nostro benessere in quei giorni così delicati? Intanto dobbiamo subito notare che non tutte vivono quella fase in maniera così negativa: ci sono donne che davvero notano un cambiamento vistoso ed altre che a stento avvertono un po’ di stanchezza e magari la voglia serale di cibi dolci. Se i meccanismi che regolano il ciclo sono ovviamente identici in tutte le donne, è lo stato globale di salute a definire l’impatto che i cambiamenti ormonali avranno sulla persona e la comparsa, o meno, dell’imponente corredo di sintomi prima descritti. Insomma: lo squilibrio ormonale da solo non basta a spiegare la Sindrome Premestruale, che altrimenti sarebbe automatica, generalizzata ed identica per tutte dal menarca alla menopausa. Gli studi mostrano come questa problematica sia più incisiva all’aumentare dell’età della donna, dunque nell’ingresso in fasi della vita più complesse e difficili, piene di responsabilità, dove spesso resta poco spazio per l’ascolto profondo e rispettoso di noi stesse e dei nostri bisogni, dove si vivono perdite affettive importanti (lutti dei genitori, separazioni, cambiamenti di vita, vissuti negativi circa l’invecchiamento, allontanamento dei figli). I disturbi che riguardano il ciclo possono segnalare una vissuto ambivalente o conflittuale nei confronti della femminilità o possono indicare che viviamo un’esistenza che non lascia sufficiente spazio ai nostri bisogni di donna. Il fatto stesso che noi si abbia “un ciclo” significa che nell’arco di un mese si alternano diverse capacità e caratteristiche della femminilità. Nella prima parte c’è l’apertura all’altro, la forza e la lucidità dell’azione e della programmazione; nella seconda metà del ciclo si impongono la centratura sull’interiorità, il ritiro e la riflessione. Viviamo tuttavia in una società che comprime ancora la donna in ruoli sociali imposti, in cliché di comportamento, in ritmi “maschili”: quando il corpo si ribella, c’è qualcosa da ascoltare, che dobbiamo fare per noi, cui abbiamo rinunciato o che ci siamo costrette ad accettare.

La Sindrome Premestruale non è un accidente nefasto che inesorabilmente ci colpisce in quanto femmine: può essere la spia importante di una situazione di malessere che può avere una centratura psicologica o discendere da un modo di vivere non pienamente rispettoso dei nostri ritmi e dei nostri bisogni. Agendo sullo stile di vita possiamo allora prenderci meglio cura di noi, col risultato di un miglioramento sullo stato generale di benessere… e di una significativa riduzione della sintomatologia premestruale.

Non dobbiamo mai dimenticare che la nostra salute dipende al 70% dal nostro stile di vita: tutte le ricerche confermano come siano i comportamenti verso noi stesse, la vita di relazione, l’alimentazione, le tecniche di gestione dello stress e l’attività fisica ad essere i veri strumenti per presidiare la salute. Ecco allora il nostro programma di benessere per vivere positivamente il ciclo mestruale:

  • scegli un’alimentazione corretta, che eviti alcolici, caffeina, cibi salati e privilegi cibi freschi. La biologa nutrizionista è il più valido alleato contro ogni malattia!
  • cura il sonno: dopo le 19 non fare attività fisica e riduci gli impegni. Vai a letto entro le 22,30, dopo una tisana. Dormi al buio, in ambienti freschi, senza fonti di luce e dispositivi elettronici accesi. Via il cellulare dal comodino!!!
  • ottime tutte le tecniche di rilassamento, in particolare la mindfulness, lo yoga e il Tai chi
  • fai regolare attività fisica moderata
  • interrogati sulle relazioni che coltivi nella tua vita: chiediti di cosa hai bisogno, che cosa stai tralasciando. Ragiona su cosa ti manca e su cosa ti fa soffrire come donna. Forse il rapporto col corpo? Col passare degli anni? Con le occasioni perdute e le mancate realizzazioni? O la situazione sentimentale e/o sessuale. Forse ti senti sola o ci sono delle paure che cerchi di evitare e che comunque si fanno sentire.
  • riposa e riduci il ritmo nella seconda metà del ciclo, non saturare le giornate e le serate di impegni ed attività

Ogni dolore e difficoltà è l’occasione per riflettere sulla nostra vita, su cosa è prezioso per noi, su cosa ci serve. E possiamo sempre chiedere aiuto.

PCOS e depressione

Vi capiterà spesso di leggere su riviste stampate ed on-line che circa il 20% delle donne con PCOS incorre nella depressione ed in stati ansiosi, con un rischio molto elevato rispetto alla popolazione femminile generale. E’ un dato certo non ottimistico, che va letto però alla luce di precisazioni dovute, e che probabilmente non discrimina fra la depressione intesa come disturbo psichiatrico dell’umore e stati depressivi inquadrabili diversamente. Comprendere la differenza per mette di capire come e quando chiedere un aiuto specialistico.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la salute in un modo molto articolato e complesso, come “uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente, adattarsi alle condizioni esterne e ai conflitti interni”. E’ una definizione che articola tutte le sfere della nostra vita e che afferma come la salute sia sempre anche salute mentale… dunque, qualunque malattia comporta sempre e comunque uno stato di sofferenza emotiva e di disagio mentale. Se il corpo soffre il nostro umore ne patirà sempre: il dolore, la preoccupazione, l’incertezza per gli esiti, l’allontanamento anche solo temporaneo dalle nostre attività abituali e dai nostri ritmi certamente avranno ripercussioni negative sugli stati d’animo. Ma questo non significa che questa condizione di sofferenza si trasformerà necessariamente ed automaticamente in una Depressione.

Insomma: la consapevolezza di soffrire di PCOS, i sintomi che essa produce, le paure per la salute che essa può comportare possono certo produrre una condizione psicoaffettiva caratterizzata da stati d’animo negativi e da vissuti depressivi. Ma questo non significa “avere la depressione” né che automaticamente essa si instaurerà! Il disagio mentale che si sperimenta è infatti “reattivo” cioè conseguente ad un momento della vita connotato dalla malattia, legato alla situazione che può spaventare ed abbattere, creare circuiti di sofferenza, paura, rabbia e frustrazione, angoscia e rancore, di sconforto e scoramento. Si tratta però di un disagio motivato, cioè molto comprensibile, congruente al momento di vita: una realtà psicologica interiore destinata a risolversi con l’inizio di un percorso di cura, che stabilizza un adattamento al cambiamento e che mobilita le energie e le risorse interne alla donna.

Uno stato di disagio e di vissuto depressivo non equivale allora ad avere la depressione. Saranno semmai la somma delle qualità e caratteristiche psicologiche e personologiche della donna, il suo carattere ed il suo stile di vita, il modo che avrà di reagire alla situazione e la sua disponibilità a farsi aiutare a fare la differenza. E a pesare è anche la sua capacità di avere fiducia in se stessa ed in chi la cura. Ma è importante non cominciare a definirsi come “depresse”, facendosi autodiagnosi: auto-etichettarci come tali ci indurrà ad identificarci completamente in quello stato, a farci comportare sempre più da depresse, a farci sentire sempre peggio, intrappolate in un tunnel. Ci sentiremo sempre più malate, ci tratteranno tutti da malate.

Cosa può aiutare? Come contrastare i vissuti depressivi? Come proteggerci dalla depressione?

Di sicuro uno stato di malattia rende anche la mente sofferente. Questo richiede pazienza, e disponibilità ad ascoltarsi. Quando stiamo male abbiamo bisogno di un “nido”, di un riparo. Dobbiamo creare un rifugio fatto di persone care, abitudini salutari, programmi terapeutici che sostengano il corpo e la mente. Ecco il senso di farsi seguire da un’equipe multidisciplinare, abituata ad uno sguardo a 360°, in grado di monitorare anche il livello di sofferenza mentale. Per capire come e quando intervenire, con quale specialista. Per occuparsi della “persona” e non di un organo malato, per sostenere la costruzione di un nuovo equilibrio facendo attenzione a tutti i bisogni, alle paure ed alle aspettative. Ecco come noi intendiamo la cura: non un lavoro meccanico di “aggiustamento” ma un accompagnamento ad una ri-nascita. Non siamo ovaie malate: siamo donne alla ricerca di una trasformazione nella direzione di una maggiore salute.

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Quando le mestruazioni scompaiono

La maggioranza delle donne con PCOS ha amenorrea (definita “secondaria”, poiché la primaria riguarda un ritardo del menarca) o mestruazioni irregolari (oligomenorrea). Anche se questi sintomi sono collegati ai disordini ormonali dell’ovaio policistico, è importante una delicata ed approfondita riflessione sulla sfera psicologica della donna, proprio per l’enorme valenza che le mestruazioni rivestono per la femminilità in termini di funzione, significato, impatto e simbolo. L’amenorrea può offrire elementi di comprensione proprio sulle cause psicologiche alla base dell’insorgenza della PCOS stessa.

Da un punto di vista biologico e simbolico, psicologico ma anche concreto, l’accesso alla dimensione del “diventare donna” è sancito dal menarca, cioè dall’inizio delle mestruazioni. Il ciclo mestruale ci accompagna lungo un arco di vita molto lungo ed ha una valenza psichica molto profonda perché ci permette di accedere alla fertilità, di rimanere in contatto con i ritmi ancestrali della natura. Prima si è tutti “bambini” e non ci sono differenze con i maschi: le mestruazioni ci fanno entrare in contatto invece con il nostro essere femmina. Si diviene infatti donne, capaci di generare una nuova vita, si diventa uguali al corpo della donna che ci ha partorito, con la possibilità ma anche con il compito evolutivo di essere simile a lei. Il sanguinamento però ci mette simbolicamente in contatto anche con il “sacrificio”: in effetti lo sfaldamento dell’utero (perché in questo consiste la perdita di sangue) è il sacrifico della nostra energia vitale che ogni mese facciamo, di quell’energia che prima abbiamo impiegato per “allestire” l’utero e renderlo propizio e pronto ad accogliere un eventuale ovulo fecondato. Ogni mese la donna compie questo lavoro, per larga parte della sua vita: prepara il suo nido e poi lo ripulisce, lo smantella, si purifica per poi prontamente ricominciare l’allestimento. E’ un ritmo che la natura ha salvaguardato anche se è molto anti-economico: solo noi esseri umani lo facciamo ogni mese mentre tutte le altre femmine dei mammiferi solo in alcuni momenti dell’anno. Noi donne ci alleniamo tutta la vita a questa costante disponibilità e capacità dativa, di essere al servizio, di “essere nido”. E’ dunque questa l’essenza profonda della nostra femminilità. Ecco che a livello psichico le mestruazioni ci portano in contatto proprio con la nostra essenza femminile ma chiamano anche in causa il rapporto che abbiamo avuto con la nostra mamma, perché diventando donna ci rispecchiamo in lei. Il flusso ci riporta concretamente al nostro mistero, a ciò che siamo intimamente, al nostro compito e alle nostre funzioni, al legame con tutte le antenate: il corpo segretamente ed in maniera quasi magica ed oscura compie il suo rito ciclico mensile. A differenza del maschile, noi donne abbiamo un ritmo, che si impone, che prevede un accudimento particolare. Non siamo identiche tutti i giorni.

In quest’ottica, l’amenorrea è un arresto dell’energia femminile, una sua stasi, un ristagno dove la donna retrocede ad una fase quasi infantile, quasi maschile, uscendo dal ciclo. Non permette più il grande lavoro dell’allestimento uterino, come se dovesse riservare le proprie energie ad altri compiti: infatti le mestruazioni si bloccano anche in caso di forti stress o per importanti lutti, anche per viaggi impegnativi, quando cioè la donna deve richiamare le proprie energie psicofisiche.

Che cosa può indicarci dal punto di vista psicologico? Forse proprio un ridirezionamento delle proprie energie su compiti diversi da quelli squisitamente femminili della generazione, della datività, dell’essere a disposizione in maniera incondizionata. Il blocco mette a riposo dal ciclo naturale, riporta ad una situazione antecedente, dove si era ancora soprattutto oggetto di amore (si era bambine, piccole) e non si era ancora chiamate a dispensarne come compito primario. Forse non ci si sente ancora pronte a essere madri, si ha ancora bisogno di essere completamente al centro dell’attenzione e dell’amore dell’altro, di essere in posizione di ricevere perché “affamate di amore” e non ancora capaci di farsi un po’ da parte per dedicarsi invece ai bisogni del proprio cucciolo. Si può pensare che l’amenorrea costituisca il segno di una paura inconscia della maternità: forse un non sentirsi all’altezza, un non sentirsi sicure nel ruolo o magari nella situazione particolare di vita, che si vive come instabile ed incerta, minacciosa. Può nascondere la paura dell’incontro col maschile, il timore di abbandonarsi completamente all’altro. Qualche volta il sintomo è invece legato ad un rapporto problematico con la propria madre, che nell’età adulta si manifesta poi con la difficoltà di “diventare madre” per paura di essere come lei, di fare gli stessi errori, o di ripercorrere magari i suoi stessi dolori.

L’arresto delle mestruazioni insomma ci suggerisce di riflettere sul rapporto che abbiamo con la nostra femminilità. Pensando anche al nostro stile di vita, dal momento che i ritmi della professione e del mondo del lavoro e l’avvicendarsi serrato degli impegni e delle attività pretendono di annullare la naturale ciclicità della donna, chiedendole frenesia costante ed una capacità di performance senza respiro, cercando di annullare lo spazio del “sentire”, le sfumature emotive, l’ascolto di sé cioè tutte quelle capacità proprio peculiari del nostro essere donne. Non è raro che la donna senta una pressione alla competizione, all’azzeramento della componenti del sentimento e delle emozioni: spesso ci si sente dire che sul lavoro non bisogna essere emotive, non si deve far pesare l’essere donna perché si è chiesta la parità e dunque non esistono delle differenze. Questo fraintendimento dell’uguaglianza è frutto di pregiudizi e di una cultura in realtà profondamente sessista e misogina, che non permette l’espressione della propria peculiarità. Le mestruazioni richiedono invece un piccolo tempo di rallentamento, di ripiegamento e di ascolto di sé, di tranquillo riposo e dunque riflessione. L’inconscia sensazione di inadeguatezza, il timore di non essere all’altezza, di non riuscire a dimostrare il proprio valore possono così spingere il corpo nella medesima direzione, cioè proprio nel blocco della femminilità. E se la PCOS avesse proprio questi significati?

Se le mestruazioni scompaiono, è bene ascoltare il corpo, interrogarlo, prendersi cura di sé e ri-orientarsi. La saggezza del corpo è profonda: quello che si manifesta come sintomo e come problema contiene già in nuce la soluzione! Se alla radice sta infatti un rapporto delicato con la femminilità, il dedicare attenzione proprio a tutte quelle che sono le funzioni specifiche del proprio genere costituisce proprio la corretta terapia. È infatti un ascolto, un dare attenzione, un esplorare il tema femminile alla ricerca dello sblocco, dello sviluppo di quanto è fragile e sofferente. Nulla infatti è perduto: l’arresto delle mestruazioni non significa infatti la perdita delle nostre funzioni né lo spegnersi della nostra speciale energia femminile. Il corpo non disimpara: ciò che ristagna può ripartire, dedicando quelle attenzioni e quella cura di cui ha bisogno. Il sintomo, insomma, è una richiesta di attenzione, una specie di spia che segnala precisamente dove sta il problema. Questo permette di andare ad intervenire esattamente dove ce n’è bisogno! A patto che tu ti metta veramente in ascolto di te stessa, facendoti aiutare. Per far ripartire il tuo circolo vitale, per generare un nuovo ciclo di vita. In tutti i sensi.

Quanta delusione quando il Test di gravidanza è negativo

Quando il desiderio di maternità comincia ad essere frustrato a causa di problematiche relative alla fertilità, l’ansia e la delusione si fanno compagni molto presenti. Ed ogni volta che i ritardi nelle mestruazioni fanno ben sperare e inducono a fare il test di gravidanza, è poi in agguato la delusione, che spesso si ripete per molte volte. Il test negativo è un momento che molte donne vivono come una sentenza, un’esecuzione implacabile che genera un circolo vizioso di agitazione, frustrazione e poi rassegnazione. Un circolo che è bene non intraprendere ed al più presto interrompere.

Le donne che soffrono di PCOS vengono sempre messe al corrente di come questa sindrome incida negativamente sulla loro fertilità. Presentano irregolarità mestruali, come l’amenorrea (assenza del ciclo) o l’oligomenorrea (ciclo che compare solo raramente). Molte donne hanno problemi a rimanere incinte perché l’ovaio non rilascia gli ovuli: i follicoli non maturi si raggruppano e si formano così le cisti, all’interno delle quali gli ovuli maturano, ma queste ultime poi non scoppiano per rilasciarli. Queste informazioni sono corrette e doverose e riguardano meccanismi implicati nella biologia della riproduzione. Ma non dobbiamo interpretare i sintomi di un disturbo come una caratteristica immutabile della persona, come una condanna inappellabile. Mi spiego meglio: chi soffre della sindrome dell’ovaio policistico ha molte difficoltà a rimanere incinta, ma molte donne colpite da questo disturbo riescono comunque a concepire, sia in modo naturale sia usando tecniche di fecondazione assistita. Perché? Perché si curano!

In tanto è bene sapere che l’arco della fertilità della donna decresce con l’aumentare dell’età. Questo significa che la probabilità di rimanere incinta diminuisce all’aumentare dell’età. Per tutte le donne, insomma, dopo i 35 anni di età diventa più difficile concepire. Dunque per tutte il desiderio di maternità deve integrarsi con quello che si è, con la vita che si vive, con la realistica situazione esistenziale, che per tutte è differente. E’ bene tenere a mente che avere la PCOS non significa automaticamente non potere avere figli né significa essere “diverse”, aliene, inferiori alle altre donne. Che magari non hanno la PCOS ma vivono condizioni di vita o si trovano in stati emotivi o di stress che ugualmente interferiscono con il progetto genitoriale. Lo so che non pare vero: ma il 20% delle infertilità è psicogeno, cioè non dipende da cause organiche rilevabili. Sono insomma moltissime le donne che per svariati motivi, magari squisitamente psicologici (ma non per questo meno seri e incisivi) faticano a soddisfare il loro desiderio di diventare madri.

Il nostro corpo e la nostra mente sono due realtà profondamente interconnesse, in grado di influenzarsi reciprocamente. Le idee che nutriamo nei confronti di noi stesse, della nostra condizione, non rimangono confinate nella nostra mente, non sono soli “idee” o semplici “stati d’animo”: ogni vissuto comporta contemporaneamente un correlato biochimico e neuroendocrino, che investe ogni organo, distretto e sistema del nostro corpo. E’ molto importante allora che ci prendiamo cura di cosa pensiamo, di cosa prefiguriamo. Il pessimismo, l’ansia, la rassegnazione diventano fattori estremamente nocivi per la nostra salute: e se ci facciamo prendere dalla spirale della delusione, entreremo in un vortice senza fine che piano piano diventerà il nostro primo problema, il fattore più importante nel causare proprio quello che non vogliamo. Stiamo dicendo che l’ansia crescente, la concentrazione ossessiva sul concepimento, la frustrazione che porta pensieri negativi (perfino quello di smettere di curasi) creano un forte stress, una situazione psicofisica compromessa che poi diventa il primo nemico proprio del nostro grande desiderio. Non è un caso se molte donne rimangono incinte in vacanza, durante l’estate o in occasione di un viaggio, in un contesto diverso da quello della vita quotidiana. Ecco qualche consiglio.

  1. La delusione di un test negativo è inevitabile. Ma il tuo corpo vive di cicli, è già entrato in una nuova fase: non rimanere prigioniera di un momento che è già trascorso e finito. Apriti con fiducia allo scorrere della vita. Smettila di pensare che sei sfortunata, che sei l’unica a non riuscire a realizzarti, che non c’è niente da fare. Altrimenti creerai uno stato molto noto e studiato in psicologia: la profezia che si autoavvera. Le nostre convinzioni, il rimuginare senza sosta su un risultato che ci preoccupa e spaventa, che non vogliamo, crea uno stato emotivo negativo e struttura comportamenti ed atteggiamenti così suggestionati da quello spauracchio da produrlo effettivamente. Piuttosto, sfrutta questo fenomeno a tuo vantaggio, perché la profezia autoavverante funziona anche con le idee positive! Vivi serenamente ed in maniera appagante, serena e ricca la tua vita, pensando che stai costruendo le basi per un futuro di serenità per te, la tua coppia e la famiglia che si formerà. Godi di ogni bel momento, di ogni successo e pensa che sta andando sempre tutto meglio e che il momento di diventare madre è davvero una probabilità cui sei pronta.
  2. Non impostare la tua vita sull’ossessione di avere un figlio o la vita sessuale diventare una “prestazione”. Il tuo obiettivo deve essere vivere, fare esperienze, acchiappare occasioni, cercare soddisfazioni. Rendi la tua vita ricca, coltiva interessi, relazioni affetti. Cerca di avere molti desideri, molti obiettivi, tanti traguardi: immagina il tuo futuro ricco di elementi… tra i quali, anche un tuo bambino. La ricerca spasmodica della gravidanza la allontana, perché crea ansia e genera stress, rende meccanica ed un’autentica la vita sessuale, sopprime il desiderio di sensualità. la coppia diventa triste e l’orizzonte si chiude su lacrime e rabbia.
  3. Riduci al massimo le fonti di stress: fisiche e psicologiche. Lo stress infatti induce il nostro organismo a rilasciare un particolare ormone, il cortisolo, che può contribuire a mantenere elevata la glicemia nel sangue e di conseguenza  peggiorare l’insulino-resistenza, un sintomo chiave della PCOS. Dunque rimanda ogni impegno non urgente, coltiva i tuoi interessi, circondati di persone serene e allontana quelle che ti disturbano. cura molto bene il sonno e il riposo. Prenditi molti momenti di intimità con il tuo compagno: parentesi dove coccolarsi come meglio vi garba, attività insieme, divertimenti condivisi, gesti affettuosi reciproci, relax a due. Molti studi sottolineano l’importanza di praticare tai chi, yoga, meditazione e mindfulness.
  4. Prenditi cura della tua salute con attenzione, come il trattamento terapeutico della PCOS raccomanda. Disponiti a quella che io chiamo “vita da atleta”: non stai facendo penitenza, non è una punizione lo stile di vita che ti serve. Anzi: è un programma di “bellessere” che ti assicurerà la salute. Ma tu dal canto tuo devi metterci l’impegno di un atleta che sa che per avere risultati non si può strapazzare né trascurare le variabili fondamentali alla base della salute. Prima di tutto la dieta e poi il leggero fitness. Dunque segui il programma della biologa nutrizionista, fatti aiutare dalla psicoterapeuta se ti senti in difficoltà psicologica, fai esercizio fisico in maniera regolare ma non esagerata. Sapendo che anche la medicina ginecologica ha a disposizione farmaci che, nel caso siano indicati, possono essere utilizzati. E anche l’agopuntura. Forza: tieni alti e lussureggianti i tuoi desideri.

Consigli per contrastare la fame nervosa

A molte capita: inizi una dieta e… ti viene una fame da lupo. Far fronte a questo fenomeno può essere difficile, perchè può peggiorare la situazione di partenza. E’ un meccanismo che viene imputato al cambiamento del tipo e della quantità degli alimenti ma che in realtà è radicato nella nostra fisiologia e nella nostra psicologia. Vediamo di capire e contrastare la fame nervosa.

Sono molte le condizioni che possono portarci a quegli improvvisi attacchi di fame che ci fanno abbuffare velocemente di zuccheri. Per esempio lo stress interessa diversi meccanismi fisiologici che scatenano la ricerca di carboidrati. La diminuzione di sonno è un’altra condizione che produce il medesimo comportamento. C’è poi una stretta relazione tra la fame nervosa e le emozioni, o meglio, tra la fame nervosa e la difficoltà/incapacità di distinguere diverse emozioni negative (rabbia, paura, ansia, angoscia), che generano uno stato di tensione nella persona, non riconosciuto però come “emozione” ed interpretato come “fame”. Un pasto ricco di carboidrati produce una riduzione della tensione perchè attiva ormoni/neurotrasmettitori ed aree cerebrali collegate alla soddisfazione/calma, pertanto avrà comunque un effetto naturalmente ansiolitico, allontanando quello spiacevole stato tensivo che prima si avvertiva. Spesso questa modalità di compensazione si basa su un apprendimento molto precoce: in fondo, nella nostra cultura, tradizionalmente affezionata al cibo, si consolano spesso i bimbi con dei dolciumi. Un errore educativo diffuso che fissa un comportamento alimentare distorto, dove il cibo viene usato per “silenziare” le emozioni dolorose, per “tappare” i buchi affettivi. Il ciclo femminile, poi, con i suoi ritmi ormonali, e con i suoi disturbi, tra i quali la PCOS, è collegato all’attivazione di circuiti (glicemia) che finiscono per stimolare proprio questo comportamento. Nel caso della dieta, si deve aggiungere l’effetto psicologico implicato dal divieto e dalla ribellione a quest’ultimo. Il desiderio irrefrenabile del proibito, che comporta poi la famosa abbuffata di carboidrati, dipende anche dall’assunzione di un atteggiamento rigido ed ossessivo verso il nuovo regime. La condanna del piacere/cibo genera tensione e stress… prima o poi dovrò trasgredire per diminuire una tensione insopportabile. Tante cause, insomma. Che fare?

Evita le diete fai-da-te. Il cibo attiva catene neuro-ormonali complesse. L’alimentazione ricade su ogni sistema e funzione. Mettiti nelle mani di esperti, gli unici in grado di evitare quegli squilibri interni che portano poi alla fame nervosa. Il cambiamento di regime alimentare è un evento delicato: lo specialista fa in modo che non causi danni.

Attenta allo stress. Quando le nostre energie psichiche sono impegnate in un evento importante quale una dieta, dobbiamo cercare di riguardarci. Evitare di strapazzarci, rimandando ogni impegno che non sia urgente e/o essenziale. E’ fondamentale riposare bene, allontanare fonti di disagio (persone, conflitti, programmi settimanali sovraccarichi di attività) e coltivare con attenzione spazi di decompressione e relax. Dove coccolare il corpo e la mente. Molti integratori alimentari, la fitoterapia e l’omeopatia possono aiutarti.

Non tenere snack nelle vicinanze delle aree lavoro. La fame nervosa, abbiamo visto, è attivata dallo stress. Il prolungato lavoro a terminale, assorbita da una scadenza, può far partire gli automatismi psicologici responsabili. Da bandire la tentazione di sgranocchiare o, peggio ancora, mangiare mentre si lavora. Nemmeno la tv è consentita. Altrimenti sono in uno stato psicologico dissociato e dislocato: invece mi serve la consapevolezza di cosa sto facendo, l’essere nel “qui ed ora”. Mangiare è un’attività completa: se la compio in automatico consolido un comportamento alimentare automatico e distorto. Il pasto e gli spuntini, che sono un vero e proprio piccolo pasto, devono essere consumati lentamente, in tranquillità e serenità. In un luogo separato da quello professionale. Mentre si è seduti, con tutto quanto disposto con equilibrio ed armonia.

Una leggera attività fisica e corsi di yoga e meditazione sono un aiuto enorme. Cerca il contatto con la natura, passeggiando all’aperto più che puoi. Anche di sera, dopo la cena. Le attività meditative (yoga, Tai Chi, mindfulness) riportano la mente in stato di calma ed equilibrio. Agiscono sulle emozioni e sullo stato mentale, contribuendo ad allontanare quelle tempeste emotive collegate poi alla fame nervosa. Da alcuni anni si è messa a punto una tecnica di mindfulness specificamente studiata per il controllo dell’alimentazione (mindful eating).

La dieta non è una guerra da combattere! Impara a gustare tutto il cibo e a prepararlo, non rinunciare al piacere dei sensi sulla tavola (colore, disposizione, cura dei dettagli nelle stoviglie), scegli tisane deliziose e profumate. Vai alla ricerca di locali, oggi di tendenza, che preparano cibo coerente con la tua nuova identità. Non sei in punizione! Non immaginarti in una situazione coercitiva! Sei entrata nell’impegno della salute-benessere-bellezza e ti serve “uno stile di vita da atleta”: bilanciato, regolato. Per essere piena di energie: ascoltati ogni mattina. Ogni giorno ti sentirai meglio. Posta sui social il tuo sorriso mattutino: è quello che stai facendo, stai aumentando la quota-sorrisi.

Non comprare cibi diversi da quelli che ti sono utili.

Bevi molta acqua, tieni sempre la bottiglietta con te.

Quando senti la tensione e scatta il pensiero “ho fame” fermati, chiudi gli occhi ed ascoltati. Se la tua alimentazione è equilibrata e se non salti i pasti, è bene capire la radice reale di quella tensione. Prova a chiederti cosa ti sta capitando, cosa hai appena vissuto. Stai discutendo? Qualcuno ti ha offeso? Deluso? Aggredito? Ti senti sola? Pensi di non farcela, di valere poco, di non essere all’altezza? Hai paura di qualcosa? Cerca di mettere a fuoco l’emozione e poi adotta un comportamento consono e congruente a quella emozione, che certo non sarà il mangiare, dal momento che non è la fame responsabile di quello stato negativo che stai vivendo. Devi cercare vie di realizzazione e gratificazione, che sicuramente hai trascurato. Non sei tu ad essere sbagliata: impara a fare la cosa giusta per te. Non hai bisogno di cibo ma di vita. Metti azioni, parole, pensieri nel mondo, non zucchero nello stomaco. Datti il permesso di esprimere chi sei.

Psicosomatica dell’acne

La pelle è l’organo più esteso nell’essere umano. La Sindrome dell’ovaio policistico comporta sovente l’esordio di una problematica acneica pronunciata, che aumenta il disagio delle donne. Certamente legata alla sottostante disfunzione ormonale, ha una precisa radice somatico-organica: tuttavia l’acne rivela in modo manifesto molti di quei conflitti psicologici interiori che riguardano le donne affette da PCOS. Perché la pelle è in grado di “illustrare” tutti i nostri processi e le nostre reazioni psichiche.

Ecco quali indicazioni terapeutiche ci può fornire una lettura psicosomatica dell’acne.

Dal punto di vista anatomico e fisiologico, per struttura e funzioni, la pelle più che un organo è un insieme di organi diversi ed è l’organo di senso che occupa più spazio (18.000 cm nell’adulto), che pesa di più (18% del peso dell’adulto) ed è più indispensabile: si può vivere sordi, ciechi, senza gusto né odorato, ma senza l’integrità della maggior parte della pelle non si può sopravvivere. Assolve a molteplici funzioni: delimitazione e protezione; respirazione; sudorazione; termoregolazione. E’ organo di contatto, di espressione e rappresentazione ed organo sessuale. Nell’embrione compare prima di qualsiasi altro sistema sensoriale, verso la fine del 2° mese di gestazione. La pelle e gli altri organi di senso, gli organi sessuali, l’intestino e il cervello originano dalla medesima struttura embrionale, hanno cioè la stessa origine biologica, e mantengono tra loro stretti legami anatomo-fisiologici. Ogni disagio, ogni vissuto emotivo, ogni stimolo stressante trova contemporaneamente una via di espressione nel corpo. Quando avviene qualcosa sulla pelle (un arrossamento, un gonfiore, un’infiammazione, un prurito, un ascesso) quel sintomo non è casuale ma segnala sempre un processo interiore corrispondente.

La pelle costituisce il nostro limite materiale esterno ed attraverso di essa entriamo in contatto con il mondo, viviamo le effusioni e l’amore. Dentro la nostra pelle ci mostriamo e uscire dalla nostra pelle ci è impossibile.

Cosa esprime l’acne? L’eruzione spezza il confine, travalica la nostra barriera, sfonda il nostro controllo, preme per uscire. Da una parte emerge qualcosa di profondo ed incontrollato, dall’altra l’aspetto del viso ci porta un po’ a rinchiuderci, a isolarci, a sfuggire e nascondersi.

Insomma: l’acne ci segnala un disagio interiore nei confronti dell’incontro con l’altro, e curarla significa anche rendersi consapevole di questa problematica profonda, affrontarla e porvi rimedio.

L’acne è, secondo la Medicina Tradizionale Cinese, “fuoco nella pelle”, cioè la manifestazione di una grande energia psichica, fisica e sessuale che cerca di affermarsi. Un’energia che ha evidentemente alcune componenti che la donna rifiuta, che non esprime, che non si gioca liberamente nell’esperienza, che vengono letteralmente rifiutate dalla psiche e che “eruttano” ed infiammano la pelle. Vale la pena chiedersi in quale area si vive un blocco: spesso, dal momento che, come abbiamo visto, riguarda la superficie di contatto, il problema riguarda l’incontro sensuale (pelle a pelle) con il partner. Il sintomo rappresenterebbe l’impossibilità o l’incapacità di vivere una sessualità libera e spensierata: forse per pregresse dolorose esperienze sessuali o sentimentali, per un’insicurezza di fondo rispetto se stessa, per incertezze sulla propria femminilità, per vergogna verso una sessualità prorompente che magari è ricca di fantasie e desideri che si vive come inaccettabili, inappropriati e colpevoli. Insomma: si desidera moltissimo la passione ma se ne ha anche molto timore. Il prurito che accompagna le eruzioni cutanee suggerisce propria la presenza di “altri pruriti” (fantasie e desideri sensuali, fisiologici e robusti appetiti sessuali) di cui la persona ha inconsapevolmente timore, vergogna, repulsione. Indica insomma una passione bruciante. Il legame con la tematica sessuale infatti si manifesta anche nella causa del sintomo (ovaio policistico), la zona che simbolicamente forma l’uovo, spazio che ospiterà l’incontro materiale con lo spermatozoo, la fusione completa che originerà la vita. Anche l’infertilità della PCOS va nella medesima direzione simbolica. Si ha paura di aprirsi completamente all’altro, di realizzare la fusione, la perdita di confini. Dal punto di vista del temperamento, spesso le donne che soffrono di PCOS sono molto attive e combattive, cercano la propria realizzazione nella vita sociale e professionale. L’acne sembra incaricarsi di suggerire di dirigere l’attenzione anche ad altre sfere della propria vita, che riguardano l’intimità, la ricerca del piacere sensuale, la dimensione del contatto. Invita a prendersi cura del tema scottante della sessualità e della relazione di coppia.

Cosa può aiutare a livello psicologico?

In primo luogo riflettere sul proprio lato femminile e provare a lasciare uscire di più la propria morbidezza, il proprio desiderio, la voglia di entrare nel gioco della seduzione, di abbandonare schemi, schermi, freni. È importante permettersi di chiedere all’altro spazi dedicati solo alla tenerezza, alle carezze, al contatto pelle-a-pelle. Allora via libera ai massaggi, ai trattamenti estetici che prevedano carezze e coccole. Ma anche a momenti di shopping dedicati agli oggetti della seduzione, come la biancheria intima e l’abbigliamento vezzoso. Si tratta di imparare ad amarsi, a vedersi belle, a curarsi con piacere, a non tralasciare i sensi. In generale, il miglior rimedio contro l’acne è una sessualità pienamente vissuta. Naturalmente coinvolgere il partner è d’obbligo! Confidare di avere ritrosie e titubanze e chiedere di dedicare più attenzione, più calma, più fantasia e gioco ai momenti sotto le lenzuola cementa molto la coppia e… indirizza alla soluzione del problema!

Qualche volta l’emozione sottostante è la rabbia. Possono esserci vissuti rabbiosi ed astiosi negati, che magari hanno radici antiche, e possono originare da traumi che riguardano la vita relazionale. L’acne può nascondere un rifiuto nei confronti dell’essere donna o nei confronti del maschio. La paura di abbandonarsi all’altro, che può essere inconsciamente vissuta come resa totale, come sottomissione e/o violenza.

L’acne segnala l’urgenza di imparare a stare meglio nella propria pelle. A occuparsi del “contatto”. Un piccolo percorso psicoterapeutico può aiutare a sgravare il corpo dal peso dei vissuti inconsci che lì sono stati scaricati. Paure, incertezze e bisogni profondi che prima si manifestavano come ferite nella pelle diventano emozione e pensiero, si trasformano da “fisico” in “psichico”. La pelle torna integra e sana perché quei contenuti psichici sono stati compresi, accettati ed integrati nella psiche.

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L’immagine del corpo

Molte donne che soffrono della sindrome dell’ovaio policistico si guardano allo specchio e non si piacciono, non si riconoscono.

Si vedono diverse, si sentono meno donne, poco femmine. Qual è la portata di questi vissuti nella loro vita? Parliamo solo di stati d’animo? O gli effetti sono molto più estesi e riguardano piuttosto la loro qualità di vita generale? È solo questione di linea e di forma fisica?

Guardarsi allo specchio può metterci tutti un po’ in crisi. Perché ciò che vediamo è in realtà il frutto di un confronto tra la nostra immagine personale e l’immagine di donna che la cultura in cui viviamo propone. La femminilità è oggi un assemblaggio di caratteristiche stereotipate e rigide, imposto dalla moda, dal fitness e dal business. Le pubblicità rimandano continuamente immagini levigate e perfette di corpi femminili, che in realtà sono “omologati”, cioè tutti uguali. Ci viene così imposto “un” modello, che diventa l’unico. Ed ogni volta che ci guardiamo allo specchio, ci confrontiamo proprio con quello. Che non ha difetti: pelli trasparenti e lisce, chiome folte e lucide, vite sottili ma seni prorompenti. Le donne sono tutte delicate. E tutte fatte con lo stampino!

Bene. Confrontarsi con quelle modelle è un problema per la maggior parte delle donne, che presenta corpi normali, con normali inestetismi ed irregolarità. Ma può diventare particolarmente difficile se non angosciante per le donne che soffrono di PCOS. Perché questo disturbo presenta dei sintomi che molto hanno a che fare proprio con quelle caratteristiche fisiche che più sono legate alla femminilità. E che sono il peso e la forma del corpo, la salute e l’aspetto della pelle: tipicamente la pelle si fa spessa e grassa, con problematiche acneiche anche importanti; aumenta la distribuzione dei peli; si verifica un aumento ponderale con una distribuzione delle adiposità tipica degli uomini; l’umore ne risente, con sbalzi ed accessi di reattività ed aggressività ma anche con aumento di ansia e depressione; i cicli mestruali si fanno irregolari ed imprevedibili e con ricadute negative sulla fertilità. Possono innestarsi problematiche legate al desiderio ed alla soddisfazione sessuale. Dal momento che è un disturbo del ritmo ormonale, ovviamente investe le fattezze corporee nel loro insieme. E’ un po’ come se questo disturbo spingesse il corpo nella direzione di una mascolinizzazione. Diventando così una malattia che non riguarda solo il corpo ma anche lo spirito. Le donne si sentono sempre di più a disagio, in conflitto con il proprio corpo che le allontana da una forma che è ideale, sì, ma che tuttavia è quella imperante e imperativa. Si sentono quasi prigioniere nella stessa pelle, avvertono uno scarto tra l’aspetto che hanno e ciò che sentono di essere. Si sentono diverse, si sentono brutte. Perdono sicurezza e stima in se stesse, si chiudono. Arrivano ad odiare il proprio fisico. Prevale così un’immagine di sé negativa e squalificata. Ed iniziano a vorticare dubbi sempre più ossessivi circa la propria inadeguatezza. Si diventa ipercritiche ed il corpo e la forma fisica diventa oggetto di un rimuginio costante, che arrovella e lentamente porta prima all’ansia e poi, spesso, alla depressione.

E cosa accade?

Paradossalmente, tutto questo spesso fa sì che la ricerca di soddisfazione e gratificazione delle donne con PCOS venga spostata su altre sfere della vita. Non è raro che comincino ad inflazionare il lavoro e l’area professionale, lavorando molto, impegnandosi con una profusione di energie maggiore di quella che sarebbe richiesta. È come se questo distogliesse l’attenzione dal corpo. Diventano iperattive e superimpegnate: le interferenze dell’umore possono comportare una quota importante di competitività, di assenza di scrupoli e propensione al rischio. Con la diminuzione, però, della capacità cooperativa, dell’attitudine all’ascolto ed alla qualità del servizio, dell’empatia. Più facilmente nascono conflitti e si sviluppano ostilità interpersonali. Tutto questo comporta un aumento ulteriore di stress, con riflessi negativi sia sulle prestazioni cognitive e sulla sfera interpersonale sia sui sistemi corporei, già stressanti dal disordine endocrinologico del PCOS. Sono così in agguato crolli pericolosi, che integrano anche la possibilità di arrivare a forme di autolesionismo, con abuso di sostanze psicotrope (farmaci, droghe, alcool). Questo danneggia ulteriormente l’immagine di sé. Un’altra reazione ai cambiamenti corporei, è quella di assumere inconsciamente stili, atteggiamenti e comportamenti “maschili”, per ridurre la percezione di sentirsi diverse. L’ansia legata all’identità (sono una donna ma le mie caratteristiche fisiche ricordano quelle dei maschi) viene risolta adottando l’identità del genere cui si somiglia.

Insomma: la PCOS fa cambiare il corpo ma produce anche un cambiamento vistoso nel modo in cui noi stesse ci vediamo, consideriamo e valutiamo. Produce pessimismo e negativismo ma anche il bisogno costante di rassicurazione e di conferma. Già, perché l’immagine che abbiamo di noi stessi è composta da caratteristiche fisiche ma anche da caratteristiche psicologiche quali attitudini, atteggiamenti, stili di relazione, elementi del carattere e del temperamento. Ed implica quindi non solo ciò che lo specchio riflette ma anche il valore che noi diamo a noi stesse, il posto che occupiamo nel mondo, il senso di fiducia e di sicurezza che è legato alla stabilità ed all’equilibrio mentale.

Spesso la medicina si limita ad interventi che riguardano il piano squisitamente organico, fisico, senza comprendere che cosa i sintomi del PCOS rappresentino per la donna. Li valuta a livello ormonale ma non si fa carico della loro portata sul piano psicologico, in termini di vissuto e di cambiamento della qualità della vita. In termini di immagine di sé. Ma non basta occuparsi solo di ormoni ed aspetto fisico: curare la PCOS significa accompagnare le donne a ristrutturare una nuova immagine di sé. Perché la loro percezione corporea ha creato problemi alla loro autostima, ha modificato comportamenti ed atteggiamenti, modi di vestirsi, vita sessuale e sociale. Ha creato ansia, insicurezza, irritabilità, propensione allo scontro ed all’uso dell’aggressività, impulsività e facilità alla frustrazione. Le può aver indotte alla paura dell’intimità con un partner, all’angoscia del rifiuto o alla convinzione di non poter piacere o soddisfare un uomo.

E dal momento che qualsiasi terapia farmacologica della sindrome dell’ovaio policistico viene vanificata dalla persistenza di obesità o sovrappeso, che ripristinano il circolo vizioso patogenetico della sindrome, anche l’inizio ed il mantenimento di un nuovo regime alimentare diventa un grande stress emotivo, che va trattato per scongiurarne l’interruzione. Si tratta di essere aiutate e sostenute in un importante cambiamento dello stile di vita, che riguarda alimentazione, attività fisica, evitamento di comportamenti nocivi (fumo, alcool, droghe).

La PCOS è spesso associata ad uno stress emozionale cronico: il dolore emotivo va accolto, compreso e risolto. Non è un aspetto secondario e collaterale di questa sindrome. Ecco perché un accompagnamento psicoterapeutico è sempre considerato un alleato prezioso: un aiuto per riprendersi la gioia di vivere nel proprio corpo.

Come prepararsi ad affrontare una dieta

Cambiare regime alimentare non è uno scherzo! Il cibo scandisce il ritmo quotidiano e su di esso si convogliano educazione, abitudini, riti individuali e famigliari. Fare una dieta è ben di più che modificare tipo e quantità degli alimenti. nel caso della PCOS è un intervento fondamentale ma richiede un’attenzione specifica. Qualche consiglio per partire col piede giusto.

Non pretendere di fare tutto da sola. Il ruolo della nutrizionista non è solo quello di preparare una dieta tagliata su misura per il controllo della PCOS. Se quello è il nucleo della sua competenza specialistica, la sua figura (e la sua personalità) rimane preziosa come polo di riferimento costante, che sappia supportare e motivare un processo di cambiamento in realtà molto impegnativo. E’ bene ricordare come affrontare una dieta non sia semplicemente la sostituzione di certi alimenti con altri. E’ piuttosto un processo complesso, che andrà dritto al cuore della nostra personalità, ripercuotendosi su abitudini spesso molto antiche, su riti quotidiani, su tradizioni famigliari, su valori condivisi nella comunità di appartenenza. Il cibo ha una carica emotivo-affettiva notevole: non è neutro ai nostri occhi, ognuno ha preferenze e idiosincrasie! Inoltre raccoglie introno a sè la famiglia, è il protagonista di tutti i momenti di incontro e di scambio. Insomma: fare la dieta significa un po’ prepararsi ad un bel cambiamento. All’inizio non sarà facile. Non esitare a chiedere aiuto a chi ti segue, racconta tutto, ogni minima difficoltà, ogni indicazione che non riesci a seguire. La nutrizionista è preparata a questi intoppi, se li aspetta e ti aiuta a superarli: ma deve sempre essere messa al corrente. Avere difficoltà non è una vergogna da nascondere né un fallimento: attesta invece che tutto il resto procede bene e ci si sta impegnando veramente. Qualche volta può essere d’aiuto un sostegno psicoterapeutico. Perchè il cibo può rappresentare la compensazione di bisogni interiori, può essere diventato nella nostra vita un sostitutivo del piacere non vissuto, una forma di consolazione. Oppure uno strumento di autopunizione. E dunque cambiare regime alimentare diventa durissimo, perchè tutte queste funzioni e difese psicologiche si perdono, e la persona va in crisi. Sente ansia e/o depressione, si sforza ma spesso ricade nelle vecchie abitudini alimentari. Se non si comprendono e se non si trova il modo di ascoltare e soddisfare i bisogni alla base, il cibo continuerà a rimanere un formidabile meccanismo di compensazione e surrogazione: ma la psicoterapia può sbloccarlo.

Non ti avvicinare al cibo come fossi in guerra. E’ un bel cambiamento, lo stai facendo per la tua salute, è un passo importante che fai in onore di te stessa. Non è una guerra ma una trasformazione, un passaggio di stato e di stagione. Cerca di fare la spesa nei mercati, cerca la qualità e usa il colore degli alimenti con senso estetico. Ogni volta che stai per iniziare a mangiare, siediti comoda e con la schiena dritta, chiudi gli occhi, rilassa le spalle, il collo e la schiena. Concentrati su queste zone e lascia andare i muscoli, respirando profondamente con il naso, mai dalla bocca. Metti una mano sulla pancia, devi sentire il suo movimento, l’aria deve arrivare sin lì e devi avvertire la pancia che si gonfia e si sgonfia. Distendi il viso, lascia andare le labbra morbidamente in un sorriso. Respira così almeno tre minuti, con gli occhi chiusi. Quando ti senti calma e rilassata, apri gli occhi, osserva chi ti sta intorno e sorridi e poi comincia a mangiare, masticando lentamente e gustando ciò che è stato preparato.

Festeggia i tuoi cambiamenti! Impara a non usare più il cibo come premio (suvvia, mica siamo al circo! abbandona questo schema con un sorriso!) sostituendo questa diffusa a malsana abitudine italiana con altri gesti. Comprati un smalto colorato e dedicati a una manicure; una bella doccia o un bagno profumato; un giro in centro con un bel succo; un massaggio. Siediti tranquilla ad ascoltare musica, concediti il permesso del gioco e del riposo. La dieta non è una punizione ma l’ingresso in un nuovo modo di occuparsi di sè, rispettoso, sano. Alleggerendo i sintomi, alleggerirà tutto il nostro corpo e la nostra mente. Libererà un sacco di nuove energie.

Coinvolgi la tua famiglia. Non si deve stare sole, non ci si deve mettere in punizione: il cibo deve continuare a veicolare affetto e condivisione. Il cambio di passo e di ritmo in cucina deve riguardare tutti quanti. Magari gli altri possono in altri momenti continuare ad integrare cibi a voi sconsigliati ma in casa la cucina è unica, è la trama che lega le persone. Ecco perchè è importante capire cosa mangiare e poi imparare nuovamente a cucinare, dividendo con altri la nostra dieta. Appassionarsi a nuove ricette, ad inediti abbinamenti o a sapori nuovi è in realtà un divertimento. Il pasto è un rito in tutte le culture e si sa che rifiutarlo è un’offesa. Trovare la via di accomodamento intorno alla tavola, integrando esigenze, bisogni e divieti è un bell’allenamento alla relazione, un esercizio di negoziazione e di scambio molto prezioso!

La dieta è più dell’insieme di cibi di cui ci si nutre: riguarda il modo in cui si cucina e si mangia, il ritmo, gli orari, i luoghi. Il nutrimento è un gesto di cura. Chiede calma, tranquillità. Mettici sempre amorevolezza: prepara sempre con cura il piatto, disponendo il cibo con armonia e buon gusto. E cura il luogo dove consumi il pasto: bandisci la fretta e la sciatteria. Scegli i colori, cerca l’ordine e la bellezza: tovaglie, runner, tovagliette, cambia spesso lo stile della tavola. Usa tovaglioli colorati, stoviglie carine. Non dimenticare una candela, magari un piccolo fiore o una piantina. Che la tv sia sempre spenta ed i dispositivi elettronici lontani dalla vista. Se ti piace la musica, un dolce sottofondo può completare l’atmosfera.

PCOS e relazione di coppia

Come incide questa sindrome nella vita affettiva? Non è raro che le donne vadano in crisi, sentano di “non andare più bene”. Tutta colpa della bassa autostima nei confronti del proprio aspetto fisico. Uno sguardo su strategie di benessere per non chiudersi all’incontro con il partner.

Vivere in coppia è complesso e nessuno ci insegna a farlo: quando insorgono problematiche di salute la situazione può diventare ancora più delicata. La PCOS mette molto in discussione la donna, con ansie strettamente connesse alla femminilità che possono ripercuotersi nella sfera intima. Essendo un disturbo del ritmo ormonale, influenza l’aspetto fisico: l’aumento di peso, i problemi della pelle e della distribuzione dei peli si sommano agli sbalzi di umore. Le donne si sentono diverse dalle altre, meno belle e desiderabili, “in perdita”. Lentamente si incrina la loro autostima mentre cresce un sentimento profondo di autosvalutazione, una rabbia che può trasformarsi in sfogo sul cibo o in disinteresse per la cura del proprio aspetto, “tanto non serve a niente”. Tutto questo peggiora il fisico e la salute ma le convinzioni squalificate su se stesse e gli stati d’animo negativi si riflettono anche sulla vita di relazione. La donna spesso immagina segretamente di non essere più “abbastanza”, di non essere degna d’amore, di non andare più bene. Si fa insicura ed ansiosa: non di rado emerge una gelosia feroce, un rimuginio costante sul dubbio che l’altro non sia più innamorato e cerchi un’altra. Mette il broncio, diventa capricciosa, oppure si nega, quasi si nasconde, appare apatica, svogliata, disinteressata. Diventa difficile la comunicazione, si comincia a non sentirsi comprese, persino rifiutate. Si parla di meno, ci si nasconde e ci si ritira, oppure si è irritabili e scontrose. Il partner può non capire:è in uno stato interiore diverso e non è semplice immedesimarsi in una condizione così estranea, visto che è un uomo. La comprensione reciproca, la condivisione e l’intimità possono guastarsi. Come uscirne?

Il primo errore è non dire al partner quello che si prova e come ci si sente. Non si deve dare per scontato che l’altro intuisca il nostro stato d’animo ed abbia compreso perfettamente cosa stiamo passando. Nessuno ha la sfera di cristallo né la capacità di leggere nel pensiero: dobbiamo fare lo sforzo di spiegarci con calma, di aprirci e di raccontare all’altro cosa stiamo vivendo. È molto presuntuoso aspettarsi sostegno senza fare il passo preliminare di chiedere aiuto. La condivisione si fonda su una buona comunicazione: bisogna accantonare però la tentazione di pretendere che l’altro si accorga da solo di come stanno le cose. E parlare apertamente, con lealtà e sincerità, col cuore in mano.

Il secondo errore è quello di non accordare fiducia al partner ed alla storia della coppia. Chi ci ha scelto e rimane accanto a noi non ha bisogno che tutto sia perfetto né teme le nostre vulnerabilità. Anzi: spesso si è innamorato proprio di quelle! Le coppie fondano la loro unione sul rispetto, sulla volontà di occuparsi reciprocamente l’uno dell’altra, su interessi e valori comuni. Non abbiamo bisogno di fingere di stare sempre bene, di non avere problemi, non dobbiamo cercare di proporci come perfette. Perché nemmeno l’altro lo è e forse non ci ha mai chiesto di esserlo. Il problema è nostro: siamo noi che non accettiamo le nostre debolezze, le difficoltà, le malattie e le imperfezioni. Abbiamo paura di quello che siamo e proiettiamo sull’altro questa paura, credendo che sia lui a rifiutarci. Rinunciare all’idea di perfezione è l’unica via per una stabilità di coppia. Chiederci di essere diverse significa tradire il sentimento che è nato dall’incontro tra noi e l’altro: se fossimo state diverse, l’altro non ci avrebbe scelto. Confidare autenticamente cosa si prova, cosa ci spaventa o addolora, scoprire le pieghe del nostro animo, rivelarsi all’altro svelando segreti e mettendosi a nudo senza il timore di apparire fragili e sciocchi, senza l’ansia del giudizio è quello che permette alla coppia di costruire e alimentare l’intimità. Che crea condivisione e complicità, quell’unione speciale che appunto definisce “quella coppia”. E i problemi spesso rinsaldano le unioni, portano la coppia a far fronte comune. Se permettiamo all’altro di comprenderci e di starci vicino.

E non vivere “da malata”: avere un problema di salute non deve portarci ad identificarci completamente con il ruolo di malato. Si è abbattute ed arrabbiate per la diagnosi, comprensibilmente preoccupate e tristi. Si tende a parlare solo di quello, a focalizzarsi sui sintomi, a sentirsi tradite dalla vita, ad osservare gli altri che ci paiono tutti spensierati e felici perché quel disturbo non ce l’hanno. Ma noi siamo ben di più di un insieme di sintomi: la nostra interiorità è ricca, la nostra vita ha molte dimensioni. Lo choc della diagnosi deve servire a reagire: a curarsi con attenzione. Ad alzare la testa ed occuparci di tutto quello che arricchisce la nostra vita e non abbiamo perso: il nostro amore, la famiglia, gli amici, la professione, interessi e hobby. È nostra responsabilità continuare ad alimentare l’amore nella coppia, non dobbiamo abbandonare l’altro. Non ci fa bene limitare il campo di attenzione alla malattia: non serve, è dannoso e logora le altre sfere della nostra esistenza.

A ben guardare è un pregiudizio quello che ci porta a credere che un nostro disturbo possa far fallire un rapporto di amore. Quello che importa è “chi siamo” e “come stiamo insieme all’altro”. Avere la PCOS non comporta una diminuzione della tua capacità di amare: può essere una sfida non da poco affrontarla ma non diminuirà la tua capacità di donarti, di condividere la vita e le passioni, di portare avanti ciò che conta nella tua vita.  E’ bene tener presente che i contrasti e i problemi, peraltro assolutamente normali in una coppia ed inevitabili nella vita, possono semmai rappresentare un momento di riflessione, di maggiore conoscenza dell’altro, di confronto e, quindi, di crescita e di evoluzione della coppia. Abbi fiducia nella persona che sei e nella persona che hai accanto.